ICONS
Yrjö Kukkapuro House

Alle porte di Helsinki, l’atelier progettato e abitato dal maestro del design finlandese, diventa oggi museo. Un’architettura radicale e scultorea, che prosegue il racconto di una visione pionieristica di ergonomia e futuro

Scomparso nell’inverno del 2025, il designer finlandese Yrjö Kukkapuro lascia un’eredità che va ben oltre le sue celebri sedute e che trova nello studio nei pressi di Helsinki una delle testimonianze più significative. Nato nel 1933 nella città di Kauniainen e formatosi all’Istituto di Arti Industriali della capitale, Kukkapuro ha dedicato la sua lunga carriera a un design che univa ricerca ergonomica, estetica e sperimentazione materica.

La sua opera più celebre, la Karuselli Chair del 1964, con la scocca in vetroresina rivestita in pelle e la base girevole in acciaio, è diventata un’icona internazionale, accolta nelle collezioni del MoMA di New York e del Victoria and Albert Museum di Londra, e definita dal New York Times la poltrona più comoda del mondo. Pochi anni dopo quel successo, il designer decise di trasferire la sua vita e il suo lavoro in uno spazio che fosse insieme casa, atelier e luogo di invenzione.

La Karuselli Chair, con la scocca in vetroresina e la base girevole in acciaio, è diventata un’icona, esposta al MoMA e definita dal New York Times la poltrona più comoda del mondo

Lo studio fu realizzato nel 1968 in collaborazione con l’ingegnere strutturale Eero Palohiemo, su un lotto di terreno accanto alla casa della famiglia di Irmelli, artista e moglie di Kukkapuro. L’architetto mancato – così amava definirsi, ricordando come i calcoli matematici lo avessero tenuto lontano da quella strada – scelse di dare forma a un involucro radicale: una copertura in calcestruzzo gettata in opera, spessa otto centimetri e ancorata al terreno solo in tre punti, ottenuta tramite una complessa casseratura lignea rinforzata da acciaio.

Il risultato è un guscio scultoreo che abbraccia un grande ambiente unico, reso permeabile al paesaggio grazie a lunghe vetrate che si aprono verso il giardino. Una porta blu acceso introduce in uno spazio concepito come universale e flessibile, pronto ad accogliere tanto la dimensione privata quanto quella pubblica. All’interno trovavano posto le aree di lavoro di entrambi i coniugi, la cucina, camere da letto essenziali e un bagno risolto con l’uso ingegnoso di serbatoi in vetroresina di derivazione agricola.

Kukkapuro diede forma a un involucro radicale: una copertura in calcestruzzo di otto centimetri ancorata al terreno solo in tre punti. Ottenuta tramite una complessa casseratura lignea rinforzata da acciaio

Non mancavano poi soluzioni tecniche decisamente avanzate per l’epoca, come l’isolamento e il riscaldamento a pavimento alimentato da una caldaia in cantina, ma anche qualche dimenticanza rivelatasi fortunata: l’assenza di illuminazione integrata spinse Kukkapuro a ideare la serie di lampade Valaisin 100, lanciate proprio nel 1968 e capaci di trasformare un imprevisto in un nuovo prodotto di successo. Lo spazio interno, volutamente fluido e privo di barriere, era dominato da arredi prototipali e superfici libere, tali da permettere (e invogliare) continui cambiamenti di destinazione d’uso.

Le finiture lasciavano parlare i materiali nella loro essenzialità: il calcestruzzo a vista, il legno chiaro dei mobili di servizio, i toni neutri delle pareti, in contrasto con lampi cromatici dati da tessuti e tele di Irmelli. L’insieme comunicava un senso di apertura e sperimentazione, in cui la natura entrava visivamente attraverso le pareti vetrate e partecipava alla vita domestica. Lo studio, in perfetta sintonia con la quotidianità, era anche spazio fotografico per documentare i prototipi, showroom per accogliere clienti e giornalisti, luogo di convivialità, grazie all’ampia terrazza laterale pensata come una stanza all’aperto.

Lo spazio interno, volutamente fluido e privo di barriere, era dominato da arredi prototipali e superfici libere, tali da permettere continui cambiamenti di destinazione d’uso

La sua fama divenne tale che, come ricorda la figlia Isa, perfino una lettera spedita dal Giappone con l’indirizzo “Yrjö, Kauniainen, Finland” arrivò senza difficoltà. In quegli anni lo spazio ospitò incontri con colleghi, artisti e critici internazionali, diventando un microcosmo della cultura progettuale finlandese, capace di mettere in dialogo la tradizione modernista con uno sguardo pionieristico verso nuovi materiali come la vetroresina e le plastiche stampate.

Negli anni successivi la famiglia costruì accanto una casa più grande, lasciando allo studio il ruolo originario di laboratorio creativo e archivio. Oggi, dopo la scomparsa di Kukkapuro, l’edificio si reinventa come museo, facendosi silenzioso custode di un patrimonio che include prototipi, arredi iconici e documentazione di oltre sessant’anni di attività. Vi si trovano i modelli della Remmi Series, del tavolo Saturnus, delle sedute Skaala e della poltrona Ateljee, fino alle collaborazioni con Artek e alle sperimentazioni più tarde, testimonianza della continuità di una ricerca che ha sempre cercato il difficile equilibrio tra comfort e avanguardia.

Visitare il Kukkapuro Studio significa entrare in un manifesto tridimensionale del suo pensiero: un’architettura organica, immersa nella natura finlandese, in cui la sperimentazione si traduce in forma, materia e colore. Non solo un luogo della memoria, ma un’eredità viva che continua a lasciar riflettere architetti e designer sulla domanda che accompagnò l’intera carriera del maestro: ha davvero senso progettare una sedia su cui non è bello sedersi?

Questo articolo è estratto da The Book 30. Sfoglia il magazine