Nelle Fiandre, la casa dell’architetto Kevin Mampay è un manifesto di minimalismo caldo. Tra vecchie travi, superfici tattili e un giardino disegnato con cura
Lontano da tutto, nelle Fiandre, un vecchio casale diventa il manifesto dell’architetto paesaggista Kevin Mampay: un rifugio dove il progetto di paesaggio e quello di interni coincidono in un’unica idea di quiete e continuità con la natura.
L’esperienza inizia già dal cancello: un varco anonimo che si apre lentamente, in automatico, quasi un gesto di rallentamento imposto a chi entra. Da lì, un vialetto in antichi ciottoli conduce verso l’edificio, distante dalla strada e immerso in un silenzio che annuncia il carattere del luogo. Qui tutto è pensato per abbassare il ritmo, asciugare la percezione, eliminare il superfluo.
Il casale originale, un tipico volume fiammingo in mattoni con tetto a falde, era già stato ristrutturato ma con esiti poco coerenti con l’impianto rurale. Quando Kevin lo acquista, decide di non sostituirlo con una nuova costruzione, mantenendo l’immagine esterna come memoria condivisa.
L’involucro in mattoni e le aperture sulla facciata restano quindi invariati, ma tutto il resto viene radicalmente ripensato dall’interno: muri e solai demoliti, spazi svuotati, struttura riportata alla sua essenza. Le vecchie travi lignee, spesso nascoste dai controsoffitti, vengono liberate e rese protagoniste, restituendo alla casa il suo carattere rurale.
La sostenibilità è affrontata come tema strutturale: tutte le pareti sono coibentate con pannelli in lana di vetro, per l’isolamento termico e acustico delle tramezze. Un sistema a pompa di calore aria-acqua assicura il comfort quotidiano, affiancato da un camino a legna nei mesi invernali. All’interno, la grammatica è ridotta all’osso per permettere alla natura di occupare la scena.
Pareti e soffitti sono unificati da un unico intonaco, che lavora per sfumature leggere anziché per contrasti, mentre a terra Kevin adotta un materiale solitamente destinato alle piscine: una superficie continua, resistente ma morbida alla vista, che accentua l’idea di “guscio monolitico” e dialoga per texture con gli esterni.
La palette è compressa: toni grezzi, caldi ma non decorativi, che amplificano la presenza del verde incorniciato dalle finestre, trasformate in veri e propri quadri. Mantenendo le aperture originali ma assottigliando i profili dei serramenti, le luci diventano più generose e le soglie vetro-paesaggio si dilatano.
Gli arredi su misura sono la naturale estensione di questa disciplina progettuale. La cucina, essenziale e compatta, è disegnata da Kevin: volumi netti, superfici lignee, elettrodomestici integrati senza protagonismo tecnologico. Nella zona pranzo, il tavolo in legno carbonizzato dialoga con le CH24 Wishbone Chairs di Hans J. Wegner, unico segno iconico inserito però in un contesto di grande sobrietà.
Imbottiti e complementi completano il racconto con una coerenza quasi silenziosa: una poltrona in teak e rattan è posizionata a ridosso di una finestra “a quadro” e un tappeto in juta, di grande semplicità, assorbe e sfuma i passaggi.
All’esterno, il giardino è parte della regia complessiva: il vecchio edificio del forno diventa fondale per una zona living all’aperto, arredata con divano, pouf e un tavolo in acciaio disegnato ad hoc, che traduce all’esterno la stessa cifra minimalista e robusta degli interni. Ogni affaccio è calibrato perché la vista sia precisa, mai casuale.
Anche i dettagli più minuti – come i gradini e le giunzioni tra superfici – raccontano una visione in cui perfezionismo, etica del costruire e fedeltà alla memoria del luogo convergono in un risultato misurato, contemporaneo ma rispettoso della memoria del luogo. Una casa che, senza ostentazione, sembra sempre essere stata lì.
Questo articolo è estratto da The Book 30. Sfoglia il magazine