A Copenhagen, Peter Ibsen ha trasformato un appartamento di fine Settecento nella sua casa con galleria d’arte. Tra luce nordica, mobili iconici e opere astratte, ogni stanza è una composizione che unisce rigore, sensibilità e una bellezza impalpabile e rarefatta
La massima di Mies van der Rohe, «less is more», sembra cucita addosso a Peter Ibsen, non solo nel suo modo di pensare, ma di vivere, vestire, abitare. Da anni il gallerista danese – riconoscibile per il suo total black quotidiano – coltiva un’idea radicale di essenzialità che abbraccia arte, design e la vita stessa.
Anni fa, dopo aver venduto la sua società di coworking, Ibsen decise di dedicarsi interamente alla sua grande passione: l’arte contemporanea. Da oltre trent’anni, infatti, costruisce con rigore una collezione personale di opere astratte e monocrome, spesso di giovani sconosciuti o artisti dimenticati.
“Colleziono pochi artisti – sei o otto al massimo – ma compro molte opere di ciascuno nel corso del tempo. È quella che io chiamo una collezione approfondita”, spiega. Il percorso che l’ha condotto a creare la Sunday-S Gallery, il suo spazio espositivo, non nasce come un progetto programmato. È piuttosto il frutto di un’urgenza: condividere la sua visione e mettere in scena la relazione fra arte, luce e percezione.
Un progetto riuscito, visto che oggi la galleria è una delle mete più raffinate del circuito artistico scandinavo, aperta su appuntamento a chi cerca un’esperienza intima e consapevole. “Le persone che vengono non sono i soliti visitatori di gallerie”, racconta. “Condividono passione per architettura, design, e arte. Si viene per dialogare, non solo per guardare”.
La casa-galleria si trova nel quartiere di Frederiksstaden, in un appartamento di fine Settecento, con pareti irregolari, parquet antico e un’imponente luce naturale che entra da grandi finestre. L’atmosfera è di ovattata sospensione: bianco su bianco, silenzio, superfici materiche e proporzioni perfette.
“La galleria – racconta – si chiama Sunday-S perché all’inizio apriva solo la domenica. È illuminata unicamente dalla luce del giorno. Nessuna lampada, nessun artificio. Qui la luce naturale è parte dell’opera”.
Le tre stanze principali ospitano le mostre, mentre altre due camere accolgono artisti e amici di passaggio. «Nel resto dell’appartamento espongo la mia collezione personale, che ruoto continuamente», aggiunge. L’ambiente è totalmente bianco, “una tela neutra – dice Ibsen – che consente alle opere di parlare da sole, catturando ogni variazione di luce”.
In questo scenario assoluto, il visitatore diventa parte dell’esperienza: “Mi piace che chi osserva debba fare uno sforzo per capire. In molti casi, si percepisce solo una piccola parte di un’opera: il resto è pensiero, processo, materia”.
Anche il design è iconico ed essenziale, selezionato con cura maniacale e con un’inesauribile desiderio di bellezza. Ibsen cita spesso un designer danese che diceva: “Meglio farsi male alla schiena che agli occhi”. Perché secondo lui non è necessario che il design sia comodo. Deve, prima di tutto, essere bello e sedurre lo sguardo.
E la sua è una postura etica prima ancora che estetica: “Devi scegliere solo ciò che ha senso, anche a costo di ridurre tutto al minimo”. Davanti a una serie di opere del pittore francese Jean Philippe Lagouarde, Ibsen appare come un direttore d’orchestra silenzioso. Nulla è lasciato al caso, tutto è studiato come in una partitura.
La posizione di un quadro, la pausa tra due tonalità di colore, la presenza discreta di una sedia di Donald Judd che segna un varco nello spazio. Nel soggiorno, le morbide forme delle poltrone Soriana di Afra e Tobia Scarpa per Cassina che bilanciano la severità delle tele geometriche.
Sulle pareti, opere di Otis Jones, Ethan Cook e dello stesso Lagouarde dialogano con i mobili di Gerrit Rietveld ed Elly Feldstein, creando una tensione poetica. Ogni ambiente suggerisce una sospensione: bianco su bianco, legno su tela, la luce che si posa come materia viva.
È un luogo in cui il tempo si dilata e la percezione si affina, un luogo nel quale Ibsen condensa la sua filosofia: l’essenziale non è privazione, ma chiarezza. Infatti, non c’è ostentazione nel suo modo di abitare, ma un senso di intimità disciplinata: un equilibrio che ricorda il rigore razionale del design danese degli Anni 50 e l’austerità dei minimalisti americani come Judd o Flavin.
Questo “regno minimale” non è dunque uno spazio elitario, ma una forma di pensiero: un invito a guardare e a comprendere la bellezza del poco. Una riflessione su come vivere “con” l’arte, attraverso la contemplazione attiva e la ricerca di presenza – e pienezza – che si disvela solo nella semplicità e nel silenzio dei bianchi e delle proporzioni.
Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine