MAESTRI
Angelo Mangiarotti

“Un oggetto che non nasce da una necessità non può essere considerato design”. In questa convinzione si racchiude lo spirito di Angelo Mangiarotti. Una figura difficile da racchiudere in una sola definizione – architetto, designer e scultore – dotata di un talento straordinario e di un’indole tanto spigolosa quanto geniale

“Nei miei progetti, ho sempre cercato che le esigenze delle persone partecipassero alla definizione dell’opera. Direi che il punto di partenza fondamentale, per progettare un oggetto di design, risiede nell’utilità che questo ha per la gente. Un oggetto che non nasce da una necessità non può essere neppure considerato come appartenente a questa categoria, il design”. Poche frasi bastano a capire chi fosse Angelo Mangiarotti. Un progettista convinto che l’architettura e il design avessero senso solo se al servizio degli esseri umani. Una posizione che, nel panorama italiano del Novecento, lo ha reso una figura tanto autorevole quanto – per certi versi – solitaria. Con un carattere spigoloso, poco incline ai compromessi, e difficilmente catalogabile.

Nato a Milano il 26 febbraio 1921, Mangiarotti cresce nella città che diventerà la capitale mondiale del design, e ne assorbe lo spirito più autentico: quello che non separa mai il bello dall’utile. Dopo il diploma di geometra e la maturità artistica, consegue la laurea in Architettura al Politecnico nel 1948. Il salto di qualità arriva nei primi Anni 50, quando Mangiarotti si reca negli Stati Uniti come visiting professor. È un’esperienza breve ma decisiva: entra in contatto con Frank Lloyd Wright, Walter Gropius, Mies van der Rohe e Konrad Wachsmann, i giganti del Movimento Moderno.

Nel 1955 torna a Milano e apre uno studio con il collega Bruno Morassutti. È un periodo fertile: i due firmano insieme la libreria componibile Cavalletto (1953) e l’orologio da tavolo Secticon (per la svizzera Le Porte-Echappement Universel nel 1956). La collaborazione dura fino al 1960, ma lascia un’impronta duratura nel segno di un design pulito, modulare, di immediata comprensione.

Se c’è un filo che attraversa tutta la carriera di Mangiarotti, è il rapporto con i materiali. Marmo, legno, vetro soffiato, cristallo: ogni scelta nasce da un ascolto della materia, dalla curiosità per ciò che può esprimere, se lavorata con intelligenza. Il design industriale era per lui l’espressione di una manualità artigianale raffinata, mai fine a se stessa, sempre orientata alla funzione.

“Le mie opere sono sempre nate dall’interesse, la curiosità, che ho per la materia e i modi possibili di lavorarla; per poi trovare soluzioni spesso anche al limite, direi. Bisogna sempre porre molta attenzione alla scelta dei materiali con i quali sarà realizzato un oggetto, poiché si stabilisce un rapporto con la forma sempre molto delicato. L’innovazione tecnologica rappresenta uno degli aspetti fondamentali per il lavoro del designer, ma non deve portare all’esasperazione della tecnica a scapito di altri aspetti”.

È con questa filosofia che nascono alcuni dei suoi pezzi più iconici. La sedia 59, progettata nel 1959 e prodotta originariamente da Frigerio, è una delle prime grandi icone del suo percorso, grazie a quelle linee geometriche rigorose ma eleganti, che non tradiscono la sua ragion d’essere. La sedia Tre3, disegnata nel 1978 per Agape, va nella stessa direzione: tre gambe in legno a sezione rettangolare, struttura trasversale a T, scocca in cuoio.

Per Artemide, nel 1966 e nel 1967, firma le lampade Saffo e Lesbo: base in metallo lucidato, corpo in vetro di Murano soffiato, una luce morbida che esalta la matericità dei componenti. Per Zanotta realizza la poltrona IN 301 (1968), parte della collezione permanente del Triennale Design Museum. Dal 1986 al 1992 è art director di Colle Cristalleria e collabora anche con Knoll e Cassina. È invece del 1967 il lampadario Giogali, disegnato per Vetreria Vistosi: un sistema di ganci in cristallo componibili, declinabile in lampada da parete, da soffitto o da tavolo, che diventa una delle opere più memorabili del designer.

Ma Mangiarotti non è stato solo questo. La sua firma è impressa anche sul volto di Milano attraverso alcune stazioni del passante ferroviario, opere di enorme importanza infrastrutturale che vanno ben oltre la pura ingegneria. La Stazione di Milano Repubblica, per esempio, racchiude soluzioni volte a migliorare la vita dei passeggeri e la qualità dell’ambiente pubblico, come gli ampi spazi di ritrovo e accorgimenti per attutire al meglio i rumori.

Negli ultimi vent’anni di carriera, Mangiarotti si avvicina sempre più alla scultura, una passione che aveva già esplorato negli Anni 80 e che torna a occupare il centro della sua ricerca. Totem in legno massiccio colorato alti più di tre metri, superfici lavorate per svelare la varietà dei disegni nascosti nella materia: la scultura diventa, per lui, la sintesi di tutto ciò che aveva sempre cercato nel progetto. Materia e forma, rapporto tra uomo e ambiente, energia e spazio.

Angelo Mangiarotti – che, tra le altre cose, fu anche professore universitario ed ebbe tra i suoi allievi Renzo Piano – muore a Milano il 30 giugno 2012, a 91 anni, lasciando un’eredità difficile da categorizzare. Troppo designer per essere solo architetto, troppo architetto per essere solo designer, troppo artista per essere solo tecnico. Forse è proprio questo che lo rende, ancora oggi, uno dei maestri più poliedrici del Novecento.