MAESTRI
Luigi Caccia Dominioni

Architetto, designer e raffinato interprete dello spirito milanese, Luigi Caccia Dominioni ha dato forma a un linguaggio lontano dalle mode e fedele alla propria idea di città

Nella Milano che si prepara ad affrontare gli Anni 20, in una casa affacciata su piazza Sant’Ambrogio, nasce il 7 dicembre 1913 Luigi Caccia Dominioni. Appartiene a una famiglia nobile di origini piemontesi, ma la sua storia si intreccia indissolubilmente con quella della città meneghina, al punto da diventare, per generazioni di architetti e critici, “il più milanese degli architetti”. Quella stessa casa natale, distrutta dai bombardamenti dell’agosto 1943, la ricostruisce pochi anni dopo, trasformando una ferita personale nel primo manifesto del suo linguaggio architettonico.

La formazione passa attraverso l’Istituto Leone XIII, retto dai Gesuiti, dove Caccia Dominioni completa gli studi fino al liceo classico. Nel 1931 si iscrive alla facoltà di Architettura del Politecnico. Negli anni dell’università incontra i futuri protagonisti dell’avanguardia progettuale italiana: i fratelli Livio e Pier Giacomo Castiglioni, Cesare Cattaneo, Giannino Bernasconi e i componenti del gruppo BBPR. Ha come maestri Luigi Moretti e Piero Portaluppi, già autori di opere importanti a Roma e Milano. Si laurea nel 1936.

L’anno seguente apre uno studio insieme ai fratelli Castiglioni: nasce così una collaborazione che porta presto i primi riconoscimenti nei concorsi di architettura. Nel 1938 firma con loro la prima incursione nel disegno industriale, alcuni modelli di apparecchi radio per Phonola, perfezionati e presentati nel 1940 alla VII Triennale di Milano. È qui che il trio si fa notare non solo per gli allestimenti espositivi, ma anche per oggetti come le posate Miracoli, capaci di anticipare un gusto che diventerà tipicamente italiano.

Il dopoguerra segna la svolta decisiva. Nel 1947, insieme a Ignazio Gardella e Corrado Corradi Dell’Acqua, Caccia Dominioni fonda Azucena, la prima azienda italiana dedicata alla produzione di arredi moderni. Per il marchio disegna centinaia di oggetti, in un rapporto di progettazione totale che lo porta a occuparsi di ogni dettaglio, dalle maniglie ai corpi illuminanti. È lo stesso anno in cui ricostruisce la casa di famiglia in piazza Sant’Ambrogio, affrontando il dialogo fra modernità e tradizione lombarda, tema che attraverserà tutta la sua carriera.

Seguono decenni di lavoro instancabile sul tessuto urbano milanese. L’istituto B.V.A. in via Calatafimi, lo stabilimento Loro Parisini in via Savona, i complessi per uffici e abitazioni di corso Europa e corso Italia, il condominio di via Ippolito Nievo, il palazzo di piazza Carbonari. Con Vico Magistretti firma il quartiere San Felice a Segrate, modello destinato a diventare riferimento per le future enclave residenziali fuori dai centri urbani. A Morbegno, terra a cui lo legano ricordi d’infanzia, realizza la Biblioteca Vanoni e diverse chiese.

Della sua idea di architettura, Caccia Dominioni amava dire: “Io sono un piantista: nel senso che sulla pianta ci sono, ci muoio, sia che si tratti di un palazzo per uffici che di un appartamento di sessanta metri quadri… Sono architetto sino in fondo e trovo l’urbanistica ovunque… In realtà l’appartamento è una microcittà, con i suoi percorsi, i suoi vincoli, gli spazi sociali e quelli privati”. Da questa convinzione nasce la sua predilezione per gli spazi piccoli, che allunga i percorsi anziché comprimerli. “L’ingresso diretto in soggiorno non lo amo perché non riserva sorprese, mentre il compito dell’architetto, io credo, è anche quello di suscitare un succedersi di emozioni… I miei ingressi, le mie scale, persino i mobili sono soluzioni urbanistiche”.

Come designer, Caccia Dominioni firma alcuni dei pezzi più riconoscibili del Novecento italiano. Come la poltrona Catilina, del 1958: un sottile nastro di ferro curvato disegna schienale e bracciolo, completato da un cuscino rotondo che invita a sedersi, come amava dire lui stesso, con gravità. Le lampade nate per Azucena, dalla Base Ghisa alla Imbuto, dalla Monachella alla Porcino, uniscono rigore geometrico e linee morbide, mentre il tavolo Cavalletto, ispirato ai cavalletti da disegno del Politecnico, sembra uno schizzo materializzato nelle tre dimensioni. Riceve più volte il premio Compasso d’Oro, tra cui nel 1984 per la porta Super.

Il suo stile resiste a ogni classificazione: non aderisce mai del tutto al razionalismo puro, preferendo forme curve, scale elicoidali, materiali della tradizione lombarda come il ceppo di Grè e i pavimenti in seminato veneziano. Negli Anni 80 firma la riqualificazione dei camminamenti pedonali della Fiera di Milano e di piazza San Babila, oltre ad alcune sedi Esselunga. Muore a Milano il 13 novembre 2016, a centotre anni, lasciando in eredità un’idea di architettura gentile, impregnata di un classicismo discreto ma destinata a diventare immortale.