Tra gli alberi dei Giardini della Biennale, il Nordic Pavilion di Sverre Fehn occupa da oltre sessant’anni lo spazio tra i padiglioni danese e statunitense. Affermandosi come uno dei manifesti più rappresentativi dell’architettura scandinava del Novecento
La vicenda del padiglione inizia nel 1958, quando i governi di Svezia, Finlandia e Norvegia bandiscono un concorso per realizzare uno spazio comune destinato ai tre Paesi nordici all’interno della Biennale di Venezia. Vengono invitati quattro protagonisti dell’architettura del tempo: la coppia finlandese Reima e Raili Pietilä, lo svedese Klas Anshelm e il norvegese Sverre Fehn. Il bando impone requisiti ambiziosi: quattrocento metri quadrati destinati a dipinti, sculture e opere grafiche, almeno quindici dedicati a deposito e manutenzione e la possibilità, per ciascun paese, di organizzare esposizioni autonome oppure condivise.
A rendere ancora più complessa la progettazione è il sito stesso. L’amministrazione della Biennale impone infatti una distanza precisa dal padiglione danese e chiede di preservare il maggior numero possibile di alberi, cresciuti in quell’angolo dei Giardini fin dalla prima edizione dell’esposizione, nel 1895.
È proprio da questo vincolo che nasce l’idea vincente di Fehn. Invece di considerare gli alberi un ostacolo, li trasforma nei protagonisti del progetto. Il terreno assegnato non è pianeggiante, ma degrada dolcemente dividendosi in due piattaforme; l’architetto ne segue l’andamento naturale anziché correggerlo. Sotto le chiome disegna un’architettura nata dalla sovrapposizione di piani a diversa densità, capaci di filtrare la luce fino a renderla uniforme sul pavimento. Ne deriva una copertura permeabile che, rispetto alle proposte concorrenti, garantisce anche una maggiore superficie espositiva.
Tre obiettivi guidano ogni scelta progettuale: preservare gli alberi esistenti, ottenere un’illuminazione omogenea e favorire una continuità costante tra interno ed esterno. Più che un edificio, il progetto costruisce un nuovo contesto capace di accogliere ciò che già esisteva. Per raggiungere questo equilibrio, Fehn concentra la struttura portante in appena due elementi: un muro in cemento armato a forma di L, che definisce il lato chiuso del padiglione, e un unico pilastro sul lato opposto. Il resto della pianta rimane completamente libero da colonne interne, pronto ad accogliere configurazioni espositive sempre diverse.
“Non volevo barriere tra il parco, lo spazio espositivo e le opere d’arte”, raccontava Fehn, sintetizzando in poche parole la filosofia del progetto. Da un lato, i muri in cemento definiscono il limite dello spazio; dall’altro, ampie porte scorrevoli in vetro lo aprono verso la piazza, mentre la copertura si estende oltre l’involucro mobile, dissolvendo il confine tra interno ed esterno in un’unica esperienza spaziale.
Il cuore del padiglione resta però il controllo della luce. Fehn comprende fin da subito che Venezia è caratterizzata da una luminosità particolare, resa diffusa e mutevole dalla presenza costante dell’acqua e dall’elevata umidità atmosferica. Per governarla progetta una copertura capace di schermare completamente i raggi diretti del sole. “La seconda sfida era creare ombra: non si può lasciare che il sole veneziano penetri nello spazio interno. Abbiamo disegnato le travi con una profondità sufficiente a bloccarne la luce diretta, così che la sala ricevesse un’illuminazione uniforme. Tra le travi abbiamo inserito gocciolatoi trasparenti per convogliare l’acqua”.
Questa idea prende forma in un sistema di travi dimensionato sull’angolo di 68,5 gradi con cui il sole raggiunge Venezia durante il solstizio d’estate. Disposte secondo un rapporto di uno a due tra altezza e interasse, funzionano come un sistema frangisole, distribuendo una luce morbida e uniforme all’interno dell’edificio. Da sotto la copertura le chiome degli alberi quasi scompaiono: lo sguardo percepisce soprattutto l’orizzontalità dello spazio, mentre il tetto, spesso due metri, lascia un’altezza libera di quattro metri e trenta, calibrata sulla scala umana.
Anche la scelta dei materiali riflette un principio di assoluta onestà costruttiva. Il padiglione nasce dall’impiego di appena cinque elementi: cemento armato per la struttura, legno e vetro per le chiusure, ardesia per i pavimenti e materiale plastico per la copertura. Nessun rivestimento ne altera la natura. Il cemento bianco, per esempio, non deriva da pigmenti artificiali, ma dalla scelta di cemento puro e aggregati chiari, studiati per amplificare la diffusione della luce.
Per comprendere questa sensibilità progettuale occorre risalire alla formazione di Fehn. Si laurea nel 1949 alla Scuola di Architettura di Oslo e, l’anno successivo, fonda insieme al maestro Arne Korsmo e ad altri giovani architetti norvegesi il gruppo Pagon, attivo fino al 1956 con l’obiettivo di coniugare i principi del Movimento Moderno con i materiali e la tradizione costruttiva del proprio paese. Tra il 1952 e il 1953 viaggia in Marocco, dove l’incontro con l’architettura vernacolare lascia un segno profondo nella sua ricerca. Si trasferisce quindi a Parigi, lavora per due anni nello studio di Jean Prouvé e conosce Le Corbusier. Tornato in Norvegia nel 1954, apre il proprio studio e, nel 1962, vede completato il Padiglione dei Paesi Nordici, nato dalla vittoria del concorso bandito quattro anni prima.
Con il Nordic Pavilion, Fehn non ripropone semplicemente il linguaggio dell’architettura scandinava, ma lo reinterpreta alla luce del clima veneziano. Al posto delle massicce travi lignee tipiche della tradizione nordica sceglie sottili lamelle in cemento, che la luce della laguna illumina come un manto di neve. Tre platani attraversano la copertura, interrompendone la trama regolare e scandendo l’architettura con la loro presenza verticale. A più di sessant’anni dalla sua costruzione, il Nordic Pavilion continua a ricordare come l’architettura più intensa non sia quella che si impone sul luogo, ma quella che riesce ad ascoltarlo.