Affacciato sull’Adriatico ai piedi delle mura della città fortificata, l’edificio del 1961 è stato reinterpretato dallo Studio Arthur Casas. Un intervento che ridefinisce l’identità croata attraverso la sensibilità brasiliana, senza alterare la facciata storica
Tra le rocce calcaree a strapiombo sull’Adriatico, dove Dubrovnik dispiega la sua mole medievale di città fortificata in pietra e terracotta, l’hotel Villa Dubrovnik si pone come un’architettura in stretto dialogo con il territorio e la sua storia. Edificato nel 1961 su progetto di Mladen Frka come residenza per le élite politiche dell’epoca e convertito in hotel due anni più tardi, l’edificio è parte integrante del profilo della città, condizione che impone vincoli stringenti a ogni intervento sulla facciata in termini di colore, volume e tessitura.
È all’interno di questo perimetro e dei limiti imposti dalla Soprintendenza che lo Studio Arthur Casas ha definito il suo progetto, chiamato dalla direzione per riposizionare la proprietà secondo gli standard di eccellenza dei Leading Hotels of the World. La scelta di uno studio esterno, sudamericano, non è casuale: il design brasiliano, come spiega Arthur Casas, porta “una certa libertà nel rapporto con il paesaggio e la materialità”, una sensibilità che permette di rileggere l’identità croata con freschezza, restituendo un risultato radicato localmente ma di prospettiva internazionale.
Il concept prende le mosse dall’età dell’oro di Dubrovnik, compresa tra gli Anni 50 e 70 del Novecento, quando la città divenne uno dei luoghi più cosmopoliti dell’Europa orientale, crocevia di influssi veneziani e italiani, ricca di architetture medievali costiere e di scenografiche piazze lastricate in marmo. Da questa stratificazione culturale lo studio trae un linguaggio progettuale che rifiuta ogni citazione letterale: la modernità italiana, la memoria artigianale e la materia locale convivono senza gerarchie. La palette materica riflette le tradizioni costruttive vernacolari; la pietra calcarea e lo stucco croati evocano l’architettura storica della regione, mentre il rovere croato – uno dei principali prodotti esportati dal paese – ricorre in pannellature, falegnameria e arredi integrati.
In contrappunto, la pietra Via Appia – un quarzito conglomerato giallo proveniente dal Brasile – introduce uno strato autoriale con una sottile nota di brasilianità, rinforzando le tonalità terrose dominanti. La palette deriva direttamente dal contesto: bianchi, sabbie e beige della pietra locale si combinano con il verde della vegetazione e con il terracotta caldo dei tetti della città vecchia.
Il layout segue la naturale pendenza del sito, dispiegandosi dall’alto verso il basso in una sequenza capovolta rispetto alla consuetudine alberghiera. Gli accessi avvengono dal livello superiore, dove si trova il rooftop bar Galanto, per poi scendere verso la reception e il primo nucleo di camere, e più sotto verso le suite, la spa, la palestra e i ristoranti. La circolazione è stata completamente riorganizzata per garantire flussi più fluidi e integrati con la struttura architettonica esistente.
L’arredamento intensifica il dialogo tra modernità e memoria. I pezzi di Gio Ponti prodotti da Molteni ricorrono nelle camere. I riferimenti artigianali affiorano nei tessuti, nei tappeti e nella lavorazione del legno. Plaid e cuscini hanno motivi tradizionali tratti da disegni e manoscritti storici, mentre i pannelli forati degli armadi e i tappeti reinterpretano i motivi del pizzo croato. Altri pezzi di design dei brand Kettal, De Padova, B&B Italia e Cassina rafforzano la coerenza materica e la varietà dell’insieme.
Come ricorda lo studio, il processo non è stato esente da ostacoli: la strada di accesso, larga circa tre metri e chiusa in un cul-de-sac, ha costretto a far arrivare molti materiali via mare, con gru e continui adattamenti ai limiti del cantiere locale. Quasi quattro anni di lavoro, durante i quali, come spiega Casas: “le limitazioni hanno forzato la precisione, rafforzando il progetto”.