SHOWROOM
Deiji Studios

Pattern Studio trasforma il primo flagship store di Deiji Studios in uno spazio lontano dalla consueta logica del retail. Volumi scultorei e una palette materica costruiscono un’esperienza fatta di contrasti e inattese deviazioni

Cosa deve comunicare uno spazio di vendita ai suoi frequentatori? Per l’architectural firm Pattern Studio la risposta sembra essere: la capacità di sottrarre il cliente alla consueta logica del retail. A Byron Bay, in Australia, il progetto del primo flagship di Deiji Studios, brand fondato da Emma Nelson e Juliette Harkness, diventa così un ambito nel quale l’esperienza prende il posto della semplice esposizione. Lo store rinuncia infatti alla sequenza ordinata tipica degli interni retail, e costruisce un ambiente in cui muoversi, deviare, soffermarsi.

L’idea prende forma attraverso una pianta che accompagna con discrezione il visitatore. Non c’è un unico punto di vista che restituisce immediatamente l’intero spazio. Volumi, aperture e oggetti interrompono la prospettiva e producono una successione di episodi. È un modo di progettare che trova un riferimento nei testi di Matsuo Bashō, il massimo maestro giapponese della poesia haiku, e in particolare nell’idea che ogni cosa osservata possa contenere una dimensione inattesa.

Pattern Studio guarda anche alle suggestioni dei giardini di Isamu Noguchi e alle opere di Richard Serra, nelle quali la percezione nasce dal movimento del corpo dentro lo spazio. Le due cabine di prova in vetrocemento sabbiato traducono questa attenzione in elementi architettonici. Sono piccoli volumi autonomi, collocati nel negozio come presenze quasi scultoree. La loro massa è attenuata dalla traslucenza del materiale, mentre la posizione contribuisce a interrompere la continuità del percorso.

La costruzione per contrasti intorno a cui si struttura la palette materica prosegue nel pavimento in calcestruzzo bianco sporco, che incorpora frammenti di pietra naturale distribuiti nella superficie, come elementi depositati dall’acqua. Le pareti bianche fanno da sfondo a sottili barre appendiabiti in acciaio, mentre rovere e tessuti introducono una dimensione più tattile e domestica. La materia alterna superfici lisce e ruvide, elementi duri e morbidi, trasparenze e opacità.

A soffitto, una griglia di alluminio grezzo a celle aperte lascia visibili gli impianti, tessendo una geometria rigorosa e quasi industriale. Alla regolarità della trama superiore corrisponde, a terra, la distribuzione irregolare della pietra. Il progetto mette così in relazione ordine e casualità, precisione e imperfezione, senza cercare di risolvere la tensione fra opposti.

Gli arredi rafforzano questa ambivalenza. Il tavolo all’ingresso, disegnato dalla designer e furniture maker australiana Annie Paxton, ha una forma metallica volutamente irregolare. Il banco vendita, realizzato da Kye Darcy in rovere, assume un carattere più semplice e quasi domestico. Anche le lampade sono selezionate come oggetti capaci di aggiungere altre presenze allo spazio: fra queste una lampada vintage in vetro satinato, la Moon Washi di Nendo per Aoya Washi, e una sospensione in acciaio e ceramica dell’artista spagnola Carina Feldman.

Il risultato evita così di trasformare l’identità di Deiji Studios in un’immagine riconoscibile a colpo d’occhio. Il brand, legato all’abbigliamento, allo sleepwear e a una concezione rilassata della quotidianità, viene tradotto piuttosto attraverso il comportamento che il negozio suggerisce. Si entra, si percorre lo spazio, si incontrano oggetti e superfici, si cambia direzione. La dimensione commerciale rimane presente, ma si inserisce dentro un’esperienza più ampia.