CASE
The Atrium

Anna.Carin ripensa The Atrium senza gesti radicali. L’impianto resta quello originario, ma luce, materia, oggetti e vegetazione introducono una sequenza di piccoli scarti percettivi

Ci sono casi in cui trasformare una casa non significa cambiarne la forma, ma imparare a guardare in modo diverso ciò che esiste già. È da questa misura minima che prende avvio The Atrium, il progetto con cui lo studio Anna.Carin interviene su una townhouse degli Anni 90 ad Alexandria, Sydney, senza modificarne sostanzialmente la struttura. A cambiare sono invece la luce, le superfici, le visuali e il rapporto con il giardino: operazioni puntuali che restituiscono carattere a un interno per anni rimasto anonimo.

La casa, una delle cinque abitazioni identiche che compongono il complesso, conserva all’esterno il proprio aspetto discreto. All’interno, il progetto prende le mosse dall’unico elemento realmente singolare dell’impianto originario: un atrio centrale che attraversa i tre livelli, porta la luce naturale in profondità e diventa il dispositivo attorno al quale si riorganizza l’esperienza degli spazi.

Al centro dell’atrio, un’opera realizzata dall’artista Anna Dudek intercetta la luce e la scompone attraverso superfici dicroiche, proiettando riflessi mutevoli. Il suo effetto cambia nel corso della giornata e diviene vera e propria materia progettuale. Aperture nella scala incorniciano scorci verso la zona pranzo, mentre nel bagno padronale una finestra viene riposizionata per consentire, dalla vasca, di cogliere i riflessi dell’opera.

Questa attenzione per ciò che appare progressivamente definisce anche il rapporto tra architettura e oggetti. Dopo quasi quindici anni trascorsi tra New York, Miami e Parigi, i proprietari sono rientrati a Sydney con una collezione d’arte costruita nel tempo. Anna-Carin McNamara si ispira così alle case-galleria dei collezionisti, dove le opere non sono separate dalla vita quotidiana ma ne condividono gli spazi. Il riferimento resta però sullo sfondo: The Atrium diventa una casa dove ogni oggetto dispone del margine necessario per essere visto senza interrompere la continuità domestica.

La palette lavora sulla stessa idea di equilibrio. Pareti in tonalità calde e neutre reagiscono alle variazioni della luce, mentre legno, pietra e intonaco introducono profondità e consistenza. Una parete in argilla attraversata da una griglia in ottone fa da sfondo materico per le opere. In cucina, i frontali in porcellana introducono una superficie più compatta e precisa. Il colore rimane misurato e compare soprattutto negli arredi, nelle opere e in alcuni episodi circoscritti.

Anche il paesaggio partecipa a questa costruzione percettiva. Il progetto del verde, curato da The Garden Social, avvicina la vegetazione alle finestre fino a farne un filtro. Le foglie attenuano la luce, proiettano ombre mobili e rendono meno netto il limite tra interno ed esterno. In una casa di dimensioni contenute, il giardino diventa così una presenza che modifica continuamente la percezione degli ambienti.

The Atrium costruisce la sua identità senza gesti radicali. L’impianto resta quello originario, ma luce, materia, aperture, oggetti e vegetazione introducono una sequenza di piccoli scarti percettivi. Ed è in questa capacità di ottenere molto intervenendo poco che il progetto trova la sua misura.