Il colore è uno strumento progettuale capace di incidere sulla percezione, sull’emozione e sull’esperienza d’uso degli spazi dedicati al benessere. Intervista a Mario Bisson, docente del Politecnico di Milano e direttore del master in Sensorial Surface Design
Mario Bisson appartiene a quella tradizione culturale che ha sempre considerato il colore una disciplina trasversale, capace di mettere in relazione arte, progetto, scienza e percezione. Professore associato al Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, dirige il master in Sensorial Surface Design ed è promotore e co-fondatore del laboratorio interdipartimentale EDME Environmental Design and Multisensory Experience. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali, collabora con aziende e istituzioni su progetti di ricerca legati al colore, ai materiali e alla progettazione multisensoriale.
Negli ambienti bagno, spa e wellness il colore sembra assumere un ruolo particolarmente delicato. Perché proprio questi spazi rappresentano oggi un terreno così interessante per la ricerca progettuale?
Il bagno è probabilmente lo spazio con il più alto valore economico al metro quadrato all’interno di una casa. Le persone investono molto perché rappresenta una sorta di biglietto da visita dell’abitazione e, proprio per questo, è anche uno degli ambiti più interessanti per la sperimentazione progettuale. Qui l’architetto può lavorare contemporaneamente con ceramica, pietra, vetro, legno, acqua, riflessi, illuminazione artificiale e colore: una combinazione che offre possibilità straordinarie. È un ambiente in cui ogni materiale modifica il comportamento della luce e, di conseguenza, la percezione del colore. Per questo il bagno diventa quasi un laboratorio: costringe il progettista a ragionare sulle relazioni tra superfici, riflessi, texture e atmosfere più che sui singoli elementi.
Quando si affronta il progetto cromatico di uno spazio bagno si tende spesso a parlare di palette o colori di tendenza. È davvero questo il punto di partenza?
Direi di no. Bisogna diffidare delle formule universali. Oggi sono molto diffuse le tonalità ispirate alla natura – verdi, marroni e colori legati al paesaggio – ma le tendenze cambiano rapidamente. Più che inseguire le mode, è importante comprendere come funzionano le relazioni tra i colori. Per questo trovo fondamentale distinguere tra sistema cromatico e cartella colore, due strumenti che spesso vengono confusi. Il sistema cromatico è un modello che consente di leggere e organizzare i colori attraverso parametri come luminosità, tinta e saturazione. È grazie a queste relazioni che possiamo capire come i colori interagiscono tra loro e come vengono percepiti.
Quindi, partendo da queste premesse, deduco che non esistono composizioni perfette…
Proprio così, da questa prospettiva non esistono combinazioni giuste o sbagliate in senso assoluto. Tutti i colori possono convivere: ciò che conta è il progetto. Quando due colori condividono almeno uno dei parametri fondamentali, il cervello riconosce un legame; quando questo rapporto viene meno, può emergere una sensazione di dissonanza. Personalmente prediligo fondi neutri. Se dovessi progettare un bagno partirei da bianco, grigio o nero, perché permettono agli elementi che desidero valorizzare di emergere con maggiore forza. In questo modo il colore diventa uno strumento di accento e di gerarchia percettiva, non un rumore di fondo. Il benessere nasce proprio da questo equilibrio: dalla capacità di orchestrare luce, materiali e componenti cromatiche in modo armonico, dando forma a un ambiente coerente con chi lo abita.
Lei sostiene da tempo che il colore non possa essere considerato un fenomeno autonomo. Perché?
Ho sempre pensato che il colore, da solo, abbia un significato relativo. Nel mondo reale è sempre legato ad altro: alla luce, alla materia. Come progettisti dobbiamo conoscerne i principi, ma dobbiamo anche accettare che si tratta di un fenomeno complesso che richiede il contributo di molte discipline. Da Democrito fino a Schopenhauer, Newton e agli studi contemporanei sappiamo che il colore è in gran parte una costruzione del nostro cervello. Non esiste come realtà indipendente. Se cambia la luce o cambia il materiale che riflette la luce, cambia anche il colore percepito. Per questo è difficile affrontarlo in modo dogmatico. La ricerca, inoltre, è tutt’altro che conclusa. Da sempre l’uomo cerca di sistematizzare ciò che vede, ma restano aspetti ancora poco esplorati. Penso, per esempio, alla traslucidità e alla trasparenza, temi sui quali si deve ancora lavorare molto.
Quanto incide il colore nella percezione dello spazio architettonico?
Molto più di quanto normalmente si pensi. La bibliografia sul tema ci offre indicazioni molto chiare: il colore è probabilmente il primo elemento che entra in relazione con il nostro corpo quando apriamo gli occhi. Prima ancora che il cervello riconosca forme e oggetti, percepiamo campiture cromatiche. Nella realtà non esistono linee che delimitano gli oggetti. Sono le campiture dei colori a costruire i perimetri e soltanto dopo il cervello attiva le proprie memorie per comprendere ciò che sta osservando. Insieme all’ombra, che introduce la profondità, il colore è ciò che ci permette di leggere e comprendere l’ambiente. Per questo motivo mi dispiace vedere il colore spesso relegato a semplice finitura o elemento decorativo. In realtà è una componente strutturale del progetto. Bruno Munari osservava che i bambini non usano la matita nera per definire i contorni perché percepiscono il mondo attraverso masse di colore e contrasti di luce. Disegnano attraverso campiture e costruiscono le forme mediante la vicinanza dei colori. Poi, con l’ingresso a scuola, iniziamo a ragionare attraverso linee e contorni. In qualche modo perdiamo una modalità percettiva naturale. Lo stesso accade nel progetto: spesso disegniamo attraverso linee, mentre il mondo viene percepito attraverso relazioni cromatiche. C’è poi una questione di scala. Quando un cliente sceglie un colore osservando un piccolo campione tende a dimenticare che quel colore, applicato a una parete intera, verrà percepito in maniera completamente diversa. Molto spesso è necessario ridurne la saturazione per mantenere la stessa sensazione percettiva. Il colore non può mai essere valutato fuori dal contesto nel quale verrà utilizzato.
Nel progetto architettonico come si intrecciano dimensione fisica e dimensione percettiva del colore?
La componente cognitiva e quella antropologica sono fondamentali. Quando progettiamo dobbiamo comprendere come il cervello reagisce agli stimoli cromatici. La percezione non è mai il risultato di un singolo senso. La lettura di un ambiente coinvolge contemporaneamente più sistemi percettivi e il colore dialoga continuamente con la memoria, con la cultura e con l’esperienza personale. A questa dimensione si aggiunge quella funzionale. Il colore deve essere coerente con ciò che accade nello spazio. Non avrebbe molto senso utilizzare frequenze cromatiche fortemente stimolanti in un ambiente destinato al riposo. Le ricerche dimostrano che il colore può influenzare il battito cardiaco, la percezione della temperatura e il comfort psicologico. In alcuni casi la differenza percepita può arrivare anche a tre o quattro gradi. Anche l’efficienza energetica può essere influenzata dalle scelte cromatiche. Molte culture utilizzano colori scuri per accumulare calore oppure colori chiari per rifletterlo. Sono strategie semplici ma efficaci, sviluppate molto prima delle tecnologie contemporanee. Per questo preferisco parlare di teorie del colore, al plurale. Non esiste una teoria unica e definitiva. Esistono osservazioni, sperimentazioni ed esperienze diverse. Josef Albers, per esempio, non insegnava una teoria del colore: insegnava a osservare. E credo che questa sia ancora oggi una delle lezioni più importanti.
Si parla molto di benessere ambientale e progettazione multisensoriale. Quale ruolo attribuisce al colore nella costruzione di atmosfere capaci di influenzare emozioni e comfort?
Il colore è uno degli strumenti più efficaci nella definizione del carattere emotivo di uno spazio. Interviene a livello percettivo ancora prima che si attivi una comprensione razionale dell’ambiente. Il benessere, però, non deriva mai da una singola componente, ma dall’equilibrio tra destinazione d’uso, illuminazione, materiali e scelte cromatiche. Non esistono tonalità capaci di rilassare o stimolare in modo universale. Conta piuttosto la sensibilità del progettista nel mettere in relazione tutti gli elementi che definiscono un luogo. È dall’armonia di questi fattori che nascono comfort, leggibilità dello spazio e qualità dell’esperienza. In fondo il progetto del colore è proprio questo: non scegliere una tinta, ma costruire una relazione tra luce, materia, percezione e persone. Quando queste componenti trovano un equilibrio, il colore smette di essere una finitura e diventa parte dell’architettura.
Nelle immagini a corredo dell’articolo le carte da parati di SpaghettiWall
Questo articolo è estratto da Around Water 12. Sfoglia il magazine