AUTORI
Marialaura Irvine

Radical whisper è un modo di prendere posizione senza alzare la voce, introducendo cambiamenti strutturali in forme e contesti. Una definizione utile per leggere il lavoro di Studio Irvine: un percorso che costruisce immaginari attraverso la materia, il colore e l’uso

La radicalità, nel progetto, non coincide necessariamente con la rottura. Esiste una radicalità che agisce in modo pacato, che si afferma per spostamento progressivo delle regole. Marialaura Irvine la definisce radical whisper: un modo di prendere posizione senza alzare la voce, introducendo cambiamenti strutturali dentro forme e contesti apparentemente stabili. È una definizione utile per leggere l’intero lavoro di Studio Irvine: un percorso che costruisce immaginari attraverso la materia, il colore e l’uso, trasformando tipologie consolidate e sistemi industriali dall’interno.

Architetto di formazione, cresciuta nella scuola napoletana di Riccardo Dalisi, Irvine porta nel design industriale uno sguardo spaziale che tiene insieme progetto, ambiente e comportamento. Nei suoi lavori la materia diventa linguaggio, dispositivo narrativo, campo di relazioni. Cemento, legno, argilla, colore vengono trattati come elementi capaci di generare estetiche originali e immaginari condivisi, oltre che soluzioni formali.

Nei suoi lavori la materia diventa linguaggio, dispositivo narrativo, campo di relazioni

Questo approccio emerge con chiarezza in Elementary Observations on Ornament per Forma & Cemento (2025). Il riferimento dichiarato è Osservazioni elementari sul costruire di Erich Tessenow, testo che riflette sull’architettura come pratica collettiva fondata su elementi semplici e ripetibili. Irvine traduce quella lezione nelle superfici di cemento: forme elementari – quadrato, rettangolo, esagono, cerchio – vengono fissate in dimensioni precise, poi sottoposte a tagli, sottrazioni, trasformazioni tridimensionali.

Le quattro famiglie della collezione – Solid, Cut, Subtract, 3D – definiscono un sistema aperto e pensato per essere interpretato. L’ornamento nasce dalla relazione tra geometria, giunti, imperfezioni del materiale e colore. La radicalità sta nella scelta di fare della superficie in cemento una grammatica progettuale in grado di raccontare lo spazio.

Con Bonnet per MDF Italia (2024), il radical whisper assume una dimensione sociale esplicita. Irvine parla di un tavolo democratico, privo di capotavola, che introduce una convivialità orizzontale. “Ho cercato di introdurre un tono più morbido dentro questo rigore, un approccio che definisco radical whisper. È così che si mettono in discussione le norme industriali, accompagnandole verso un’evoluzione”. Le geometrie del tavolo sono nitide e misurate, la superficie in coccio perla reagisce alla luce e al colore con una vibrazione tattile controllata. Il sistema asimmetrico consente configurazioni inattese e modifica i comportamenti: come ci si siede, come si conversa, come si condivide lo spazio.

Cemento, legno, argilla, colore vengono trattati come elementi capaci di generare estetiche originali e immaginari condivisi, oltre che soluzioni formali

Nel progetto Paf Paf per Mattiazzi (2024), nato su invito di Konstantin Grcic, la radicalità prende forma attraverso un archetipo: il trono. Irvine lo traduce in un oggetto domestico in cui comfort e responsabilità materiale coincidono. La struttura in legno accoglie cuscini imbottiti di piuma riciclata – “nessuno aveva mai fatto una sedia così, senza poliuretano” – con materiali pensati per essere separati e recuperati a fine vita.

Il lusso qui è nell’esperienza d’uso, nel gesto del sedersi. La forma è dichiarata e divisiva, capace di inaugurare una nuova famiglia tipologica. Anche qui la presa di posizione è chiara, ma affidata al gesto quotidiano del sedersi. La direzione artistica è il luogo in cui questo metodo diventa più esplicito. Con Matteo Brioni il percorso inizia nel 2013 e trova una sintesi matura in Paints According to Irvine (2023). “Da architetto ho pensato il colore in termini tridimensionali”.

Ne nasce un racconto spaziale articolato in quattordici stanze, quattordici ispirazioni, quattordici colori, ciascuno legato a una pioniera dell’architettura del Novecento. Il colore prende forma dalla polvere d’argilla, dai pigmenti naturali, dalla tridimensionalità della superficie. La materia qui diventa il linguaggio per costruire l’estetica e l’identità culturale del brand. Infine, questo percorso trova una sintesi naturale in DustForms, prima collezione di Casa Irvine (2026).

In DustForms, prima collezione di Casa Irvine, gli oggetti nascono da polveri di scarto di marmo, pietra e vetro

Oggetti nati da polveri di scarto di marmo, pietra e vetro, materiali che hanno già avuto una vita e che attraverso processo e forma ne acquisiscono un’altra. La materia aggregata, interamente riciclata, diventa densa, imperfetta, poetica. Il processo produttivo, tecnicamente avanzato, riduce l’impatto ambientale e allunga il ciclo di vita degli oggetti, ma è soprattutto la trasformazione a contare: la polvere, ciò che resta, ciò che normalmente scompare, diventa presenza.

Senza dichiararsi come esercizio di sostenibilità, DustForms è piuttosto uno studio sulla densità della materia e sulla possibilità di dare forma a ciò che è marginale. Portare questa ricerca dentro la casa significa chiudere il cerchio: dal progetto industriale allo spazio domestico, dalla superficie all’oggetto, dal materiale all’immaginario.

Il lavoro di Marialaura Irvine si colloca così in una zona specifica del design contemporaneo: una radicalità che opera per sussurro, capace di trasformare tipologie, materiali e sistemi industriali attraverso gesti misurati e coerenti. Un percorso che ha trovato una chiave progettuale personale costruendo immaginari riconoscibili con gesti leggeri ma decisi. Una voce autonoma, oggi pienamente leggibile nella sua maturità.

Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine