Architetto e designer, Gabriele Buratti ci apre le porte della sua residenza milanese. Una casa dove convivono classici del design e pezzi unici in una creativa contaminazione fra arte e differenti culture del progetto
Gabriele Buratti, architetto e designer che con il fratello Oscar forma lo studio Buratti Architetti, condivide la sua abitazione milanese con la moglie Laura, figlia dell’architetto Adrian Meyer, e il figlio Niklas. La passione per l’architettura, il design e l’arte contemporanea, l’intreccio fra la cultura italiana di Gabriele e quella svizzera di Laura caratterizzano una casa fatta di spazi aperti che si susseguono, si compenetrano e si dilatano, e che hanno un rapporto molto importante con lo spazio esterno.
Prototipi di mobili e di lampade disegnate dallo studio Buratti per aziende come B&B Italia, Poltrona Frau, Flexform, FontanaArte, icone storiche del design internazionale collezionate dalla coppia negli anni, quadri e sculture d’autore compongono un rifugio urbano affacciato sui tetti di Milano, connotato e personale. Un progetto di interior che rivela una visione con forti radici nella contemporaneità.
Quanto c’è di ognuno di voi in questa casa?
Negli ultimi 14 anni abbiamo vissuto in questo appartamento di circa 150 metri quadrati, che abbiamo ricavato unendo la mia abitazione precedente e quella adiacente creando uno spazio decisamente ampio per gli standard milanesi. Per noi è molto importante mantenere una relazione con l’esterno e per questo abbiamo scelto una casa con grandi aperture, che sono presenti in tutti gli ambienti più importanti come la cucina, il soggiorno e la sala da pranzo. Quando Laura si è trasferita qui, inizialmente abbiamo apportato alcuni cambiamenti, poi una volta ingrandito l’appartamento abbiamo ridisegnato insieme tutti gli interni.
C’è un aspetto che descrive il vostro stile?
Non amo questo termine, lo trovo limitante. Piuttosto mi piace pensare all’architettura e all’interior design come a un modo per ripensare di volta in volta la mia cultura e le mie esperienze incrociandole e contaminandole con quelle di Laura. Perché soprattutto quando si parla di progetto d’interni le differenze tra la cultura svizzera e quella italiana sono importanti. Nella nostra gli interni sono un mix di architettura e design di prodotto. Non a caso storicamente in Italia abbiamo avuto molti product designer che sono stati anche architetti come Gio Ponti o Vico Magistretti. In Svizzera non è così, gli architetti progettano l’edificio, poi gli interior designer decidono cosa metterci dentro.
Dov’è il punto d’incontro fra queste due visioni?
Le Corbusier diceva che alcuni mobili in realtà non sono arredi ma architettura, mentre altri sono vere e proprie estensioni del corpo umano come le chaise longue e le sedute in generale, e questa visione la sento molto mia. Quando ho progettato con Laura i nuovi interni della nostra casa la prima cosa che abbiamo fatto è stata studiarne gli spazi, le geometrie e le strutture, e solo dopo abbiamo scelto come arredarli. Per me non è così importante avere una particolare seduta, un tavolo o un armadio, sono elementi che si possono cambiare facilmente in qualsiasi momento. La vera chiave degli interni sono le strutture, l’hardware della casa. E quello si, deve essere perfetto.
A proposito di interni, qual è la prima parola che associ?
Direi eleganza. O anche bellezza. Volendo fare una sintesi, un mezzo per migliorare la qualità della vita. Nel mio lavoro di tutti i giorni sono questi i tre elementi che ricerco negli arredi, nei materiali, nei colori, in tutto. Soprattutto, la cura dei dettagli è fondamentale.
Tu e Laura amate l’arte. In che modo influenza la vostra visione?
A differenza degli architetti gli artisti lavorano per loro stessi, non hanno una clientela, o meglio non ce l’hanno fino a quando la loro opera non è completata. Ma anche l’architettura e l’interior design usano come l’arte lo spazio, la luce, la materia, e in questo senso per noi è fondamentale la lezione di creativi come James Turrell o Richard Serra, che amiamo molto e lavorano sulla percezione di questi tre elementi oltre che sulla loro relazione con l’osservatore.
Che impatto ha avuto tutto questo sul tuo lavoro?
È un’evoluzione che ho vissuto soprattutto negli ultimi dieci anni. Prima mi concentravo fondamentalmente sul design, la forma delle cose, degli spazi, degli arredi. Oggi penso che la cosa più importante sia trovare il materiale giusto per ogni progetto, perché il secondo cambia in base al primo. Il punto di partenza, per me, è sempre chiedermi qual è il materiale giusto e perché.
C’è un elemento della casa che riflette questo immaginario?
Qui trovi molti prototipi di mobili e di lampade che abbiamo disegnato per brand importanti ma anche pezzi unici progettati su misura per questo appartamento. Uno di quelli a cui sono più legato è la lampada Equatore che ho disegnato per FontanaArte, che per me è la sintesi di ciò che intendo per qualità della luce. Che è qualità dell’abitare.
Come definiresti questa qualità?
Per me è sempre stato molto importante sentirmi a mio agio, e tanto più importante sentirmi a mio agio nella mia casa, godere al meglio dei piccoli momenti quotidiani. Probabilmente nessuno può davvero dire cosa sia una “bella casa”, più semplicemente nel mio lavoro cerco di identificare ogni volta gli elementi capaci di creare uno spazio elegante in cui luce e materiali dialogano al meglio.