“Passato, presente e futuro li vedo come un continuum lineare”, così esordisce Antonio Giuseppe Martiniello, parlando di architettura e della sua casa studio a Napoli. Un luogo dal passato importante, dove ogni stanza “urla” ed esce dai confini. Lasciando un segno forte
Oltre l’enorme facciata neoclassica, la storia di una casa dal passato importante. Memorie e testimonianze sopravvissute al tempo ornano la corte interna, rivelando attraverso lo stemma il luogo eletto della nobile famiglia Ruffo di Castelcicala. Nunquam retrorsum – giammai indietreggiare -, così recita il motto che sovrasta le scale in piperno che conducono al piano nobile. Gli indizi di questo passato aristocratico hanno consentito all’architetto Antonio Giuseppe Martiniello di dare luogo a una rivoluzione spaziale autentica e coerente con lo spirito del luogo.
Siamo a Napoli nella sua casa-studio risalente al 1690, rimaneggiata nell’Ottocento, rimasta disabitata per più di novant’anni e rinata proprio grazie al suo intervento. Oggi la casa è anche la sede del suo studio, Keller Architettura, un luogo in cui la grammatica mutevole del progetto deve affrontare sfide sempre nuove. Il suo modo di sentire l’architettura come fenomeno – e mutamento – in cui il presente è correlato con lo sviluppo storico del passato, lo spinge, infatti, costantemente a uscire dai suoi confini lasciando un segno forte.
“Amo Napoli, difendo le mie radici ma mi sento molto europeo. Napoli è una città stimolante è il luogo fisico in cui si racchiudono anni di ricerca architettonica. Penso che la mia città sia ancora lontana dalla standardizzazione del gusto. In una città come Napoli, dove tutto ciò che è nuovo viene rielaborato e rigenerato velocemente, è stimolante sviluppare un linguaggio architettonico dinamico. Innovare per me vuol dire recuperare la memoria storica di un luogo, di una casa, e proiettarla nel futuro della modernità. Passato, presente e futuro li vedo come un continuum lineare”.
In questa direzione si muovono tutti i suoi progetti d’interni. È chiaro che seguendo la sua filosofia, l’eredità culturale non può essere assolutamente mummificata, va integrata, rigenerata e messa in relazione. La casa declina ovunque questo codice, nel quale ricerca compositiva e processo progettuale si fondono. Gli ambienti nel loro susseguirsi raccontano, come fotogrammi di un cortometraggio, uno spazio rivitalizzato, dove memoria storica, design, arte e tecnologia attivano scambi e interazioni, fondendosi.
Ogni stanza “urla”, mettendo in evidenza le differenze tra preesistenze antiche e moderne, esaltando le finiture attraverso restauri filologici che volutamente tendono a mistificare gli interventi contemporanei. Dalla stanza dei pavoni a quella rosso Pompei, dalla recentissima stanza cinese alla biblioteca è un susseguirsi di citazioni. Ogni ambiente è un racconto stratificato. La carta da parati deteriorata e staccata dal tempo rivive e si contamina, le decorazioni orientali della stanza delle farfalle svelano storie e aneddoti di un passato colto.
Secondo la moda del tempo ogni stanza doveva avere un decoro specifico e ciò che è sopravvissuto alla patina degli anni restituisce la preziosità di antiche tecniche ottocentesche che imitavano ora il legno ora il marmo. A legare tutti questi spazi aperti e comunicanti c’è l’arte in tutte le sue forme. Dalle opere di Harry Pearce a quelle di Rosy Roxy, Salvino Campos, Andrea Anastasio, Ryan Mendoza, Fischerspooner e Alberto Tadiello.
E in un clima ad alto tasso di creatività esplode anche il design. Arredi di produzione industriale, pezzi squisitamente artigianali, icone vintage dialogano senza mai prevalere una sull’altra. “Poi ci sono le eredità e le rarità, pezzi introvabili che qui respirano”. Perché in questa casa c’è tutto ció che occorre per un live-work sempre improntato alla condivisione del fare architettura.