INTERVISTE
Francesca Neri Antonello

Luoghi che narrano storie, progetti “perfettamente imperfetti” che risultano istintivamente interessanti e un rapporto di fiducia reciproca con la committenza. Sono i tratti distintivi di Francesca Neri Antonello, architetto in bilico tra due culture e due formae mentis che ha imparato a unire

Per Francesca Neri Antonello l’architettura d’interni è passione, ricerca, desiderio di creare spazi con un’anima. La sua visione internazionale poggia le basi su una vita vissuta appieno, dalla nascita in Perù al trasferimento in Europa, passando per le esperienze di studio all’estero e i viaggi ai quattro angoli del mondo. La costante sperimentazione e l’attenzione ai dettagli si fonda su preziose alleanze con artigiani e maestranze specializzate. Mentre il rapporto con i clienti su una fiducia reciproca e una visione condivisa, di cui l’architetto sa farsi interprete una volta “al timone del progetto”.

La tua storia personale è ricca di curiosità e colpi di scena, sembra quasi la trama di un romanzo. Raccontaci delle tue esperienze e di come la vita personale abbia influenzato quella professionale…

Mia madre è peruviana di origini europee, mio padre un italiano che si trovava in Sudamerica per turismo. Il loro è stato un incontro casuale, una storia d’amore romantica da cui siamo nati io e mio fratello. Fin da piccoli siamo stati abituati a viaggiare tra i due continenti e, dopo la prematura morte di mio padre negli Anni 70, mia madre ha scelto di trasferire la famiglia in Italia. Qui conobbe un altro uomo che abitava in Svizzera, che segnò il nostro trasferimento a Lugano, dove ancora oggi vivo e lavoro. Sono cresciuta con due culture, latinoamericana e occidentale, due lingue, due formae mentis diverse che ho imparato a unire. Gli shock culturali fanno parte della mia storia. Mi sono laureata negli Stati Uniti e ho iniziato il mio percorso professionale nello studio di Alessandro Mendini. È stato lui a introdurmi alle “radici milanesi” della progettazione, accrescendo ulteriormente il mio bagaglio conoscitivo. Nel 2009 ho infine aperto il mio studio FNA Concept, circondandomi di collaboratori che assecondano la mia vena un po’ folle e condividono la mia visione.

Dunque oggi le tue radici sono in Svizzera…

Oltre alla famiglia e agli affetti, mi ha legato a questo paese la casa che ho comprato con mio marito: un luogo magico, un castello antico dove abitava Herman Hesse, immerso nella natura e graziato da una vista panoramica unica. L’edificio mi ha subito catturato e oggi è “casa nostra”, capace di raccontare qualcosa di tutti noi. Quando ho pensato al restauro l’ho realizzato senza formalità e seguendo l’istinto: non lo definirei un vero e proprio progetto, ma piuttosto una ristrutturazione “di pancia”. Il fascino originale è ancora lì, sulle preesistenze segnate dal tempo dove si sono innestati oggetti e mobili che mi accompagnano praticamente da sempre e complementi acquistati con mio marito. Sono spazi che parlano di me e quando un potenziale cliente si trova a confessarmi che “vorrebbe una casa così” rispondo che è impossibile, che questa abitazione è lo specchio della mia anima, da cui si può trarre ispirazione per le scelte stilistiche ma non per il carattere, che sarà per forza diverso. Se dovessi nominare un progetto “vero” in cui mi riconosco la decisione cadrebbe su quello del Relais Castello Morcote, in Engadina. Anche in questo caso l’edificio antico ha una storia interessantissima: fu prima convento, poi casa borghese, distaccamento dell’università di architettura di Los Angeles e infine parte dell’Atelier Botta. Sono entrata in punta di piedi, con rispetto, compenetrando nuovo e vecchio con armonia, come se tutto fosse così da sempre.

Gli spazi influenzano il tuo approccio, i clienti esprimono i propri desideri: come riesci a guidare la committenza nella realizzazione di un buon progetto?

Il rapporto con il cliente è la parte più sfidante della mia professione. Prima si deve conquistare la fiducia dei proprietari, conoscerne il carattere e immergersi nel loro mondo, stimolandoli a parlare di sé e delle loro passioni, chiedendo un brief il più possibile dettagliato. Non ha senso imporre soluzioni dall’alto, risulterebbero estranee e non verrebbero accettate: cerco, quindi, di prendere per mano il cliente fino a quando si sente pronto a lasciarmi al timone del progetto. Deve essere chiara una cosa: finché il cantiere è aperto le decisioni spettano all’architetto che deve dirigere i lavori ma poi, a intervento concluso, il risultato non deve disattendere le aspettative di chi deve abitarci ogni giorno. In tutti i miei progetti ricorrono dei comuni denominatori, per esempio materiali privilegiati o soluzioni stilistiche che sono diventate una sorta di firma, ma ogni volta so di imbarcarmi in un’avventura completamente nuova, dove le case sono diverse perché i clienti stessi sono diversi. Se adottassi procedure standard guadagnerei di più e la quantità di stress diminuirebbe, ma il risultato perderebbe di carattere. In tutto quello che realizzo c’è almeno un piccolo dettaglio che racconta la storia del luogo, e questo mi rende orgogliosa.

Parli spesso di “ricercata imperfezione”…

Sì, è una definizione che amo dare ai miei lavori. Penso che gli spazi in cui c’è qualche dettaglio inaspettato siano più ricchi di bellezza, e sono anche convinta che i progetti invecchiando assumano un fascino maggiore. Di nuovo torniamo alla mia storia personale. Sono cresciuta in un paese povero, imperfetto per sua natura, affacciato sul Pacifico e radicalmente diverso dall’Europa. I clienti in prima battuta mi chiedono di disegnare interni perfetti, con materiali che non devono variare nel tempo e in cui tutto è allineato, disposto in ordine quasi maniacale. Il mio intento è provare a trasmettere l’idea che non possa esistere un progetto non migliorabile o, ancora meglio, che non ci sia un progetto del tutto finito, senza margini di cambiamento. Ci sarà sempre spazio per l’inserimento di un nuovo oggetto o una parete vuota a cui appendere un quadro. Siamo pieni di preconcetti, pensiamo che la simmetria costituisca il massimo grado di perfezione ma non è così. Le case con una storia e un passato piacciono a livello istintivo proprio perché sono imperfette: c’è una sorta di confusione di fondo che le rende interessanti.

A cosa stai lavorando ora e a cosa ti piacerebbe dedicarti in futuro?

In questo momento ho tantissimi progetti all’attivo: le persone si sono rese conto dell’importanza dell’ambiente domestico e tendono a rivolgersi ai professionisti molto più che in passato. Di contro, ancora non c’è la possibilità di muoversi liberamente, fare ricerca e toccare con mano i materiali e gli arredi. L’online aiuta ma non è la stessa cosa. Oggi sono attratta dai progetti di landscape, amo concentrandomi sull’outdoor, concependo case in aperto dialogo con l’esterno o fortemente connesse alla natura. Disegnare il verde mi intriga. Il mio sogno nel cassetto è invece quello di creare un concept store, uno spazio virtuale o fisico in cui mostrare una mia vision, una selezione di oggetti e una ricerca di materiali. Lo immagino come un luogo di condivisione. Vorrei creare una community più ampia, che non abbracci solo i miei clienti.