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A casa di Antonino Sciortino

L’artista Antonino Sciortino apre le porte della sua casa in Sicilia. Una tipica abitazione colonica nella quale ai muri scrostati si sovrappongono pochi mobili e suppellettili in ferro, quasi tutti disegnati da lui. Scelti tra studi preparatori, prototipi, autoproduzioni e pezzi seriali

Occorre lasciarsi alle spalle Noto e il suo seicentesco splendore barocco e scendere le dolci colline della valle del Tellaro, verso il mare. Dopo qualche chilometro diretti a Pachino, si imbocca una stradina di campagna tra coltivazioni di arance e limoni e distese di campi di grano. «Ho scoperto questo agglomerato di case, abbandonato da tempo, circa una ventina di anni fa – spiega Antonino Sciortino – ed è stato amore a prima vista. Il fascino rurale della grande mannera, i rumori della natura e delle macchine agricole. Stanze che fanno subito estate. Un sole meraviglioso e la spiaggia poco distante. Ho capito che poteva diventare la mia casa».

Nato in una numerosa famiglia a Bagheria, bambino creativo ed eclettico, Antonino mentre impara il mestiere di fabbro, sporcandosi le mani nella bottega del fratello, si appassiona alla danza. Ballerino professionista e coreografo alla fine diventa designer. E nella sua personale reinterpretazione della lavorazione del ferro porta quella leggerezza eterea tipica della danza. Il segreto è la tecnica del filo cotto. Il ferro diventa plasmabile e permette la realizzazione di mobili e oggetti leggeri e morbidi. Fluttuanti.

Vive e lavora a Milano, ma da siciliano doc non riesce a stare lontano per troppo tempo dal mare e dalla sua terra. “Precisiamo: questa non è la casa delle vacanze. È la mia casa, quella vera, ci torno tutte le volte che posso”. Si tratta di una tipica abitazione colonica locale, fatta di pietra calcarea e intonaco. La lunga stecca risale all’Ottocento, l’edificio su due piani è un’aggiunta degli Anni 50. Da una parte l’infilata di locali della zona giorno: living, cucina e portico centrale al posto della stalla, più il laboratorio dell’artista. Dall’altra le camere.

Per renderla confortevole Sciortino si fa aiutare dall’amico architetto Corrado Papa. Bisogna mantenere un equilibrio, non rivoluzionarlo. L’approccio è conservativo: nulla deve cambiare. “La bellezza è già dentro, va solo ritrovata togliendo il superfluo”. Così il controsoffitto di canne e gesso rivela le originali capriate di legno della camera da letto. I muri scrostati tali restano, non c’è pittura che possa migliorarli. E alla patina del tempo si aggiungono le tracce delle piccole rappezzature di cemento.

All’ingresso l’atmosfera è quella del cielo in una stanza: a sorpresa il rudere senza soffitto si trasforma in un suggestivo salone open air. Dentro i locali sono volutamente semivuoti, arredati con pochi mobili e suppellettili in ferro quasi tutti disegnati da Sciortino, scelti tra studi preparatori, prototipi, autoproduzioni e pezzi seriali. Per le linee essenziali e il look “usato” potrebbero far parte della casa da sempre. “Come la piscina che sembra una vecchia gebbia e il tipico belvedere che mancava e oggi c’è”. Un balcone in legno sorretto da esili putrelle in acciaio, appena accostato alla facciata dell’abitazione, che punta dritto sulla piana agricola e i suoi tramonti.