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Filosofia della casa

Un insieme di cose, persone, animali, piante, atmosfere e ricordi che rende possibile la nostra felicità. Il filosofo Emanuele Coccia ci invita a ripensare il concetto di casa

Quante volte, parlando della nostra casa, ci è capitato di chiamarla «tana» o «rifugio»? Le quattro mura in cui abitiamo sono per tutti noi il luogo in cui ci sentiamo protetti, liberi, in cui possiamo toglierci le maschere che i ruoli sociali richiedono per essere pienamente noi stessi. Parte da questa constatazione, intrecciata con l’esperienza personale di una trentina di traslochi, l’interessante riflessione portata avanti da Emanuele Coccia nel saggio Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità (Einaudi).

Insegnante all’École des Hautes Études en Sciences Sociales a Parigi e già autore di vari libri tra cui La vita delle piante (2018), il filosofo, classe 1976, ci invita a ripensare il rapporto con la casa riconsiderando la stessa non come mero artefatto architettonico, bensì come entità psichica con un intrinseco valore morale. Entità psichica, perché riflette il nostro io e, anzi, ci consente di dire «io».

Che si tratti di mobili, oggetti, colori o di distribuzione degli spazi, tutto in quell’involucro discende dalla nostra personalità, rispecchia il nostro modo di essere-nel-mondo laddove non siamo nemmeno in grado di vivere (e non sopravvivere in) quel mondo diversamente: cosa sarebbe successo, durante la pandemia, se il virus avesse reso inaccessibili non le città, ma le nostre case? Si chiede Coccia. La risposta è che avremmo provato comunque a «fare casa» – lo fa persino chi è in fuga da una guerra, nei bunker, magari attaccando una foto a un muro – perché di fatto non possiamo vivere il pianeta in altra maniera e se si parla di contesti urbani, è solo attraverso la mediazione di una casa che li esperiamo.

È qui che si giunge alla definizione della casa come realtà morale in quanto costruita «per accogliere in una forma di intimità la porzione di mondo fatta di cose, persone, animali, piante, atmosfere, eventi, immagini e ricordi che rendono possibile la nostra felicità». E premesso che uno spazio senza cose non è casa, ma un’astrazione inabitabile, in quella porzione di mondo soggetti e oggetti, persone e cose, non sono più separabili: gli oggetti divengono protesi della soggettività, salta la distinzione cartesiana tra materiale e immateriale, la casa si fa regno dell’animismo dove tutto respira come nella fantasia di un bambino che parla col suo peluche.

Sfoderato da Coccia in riferimento alla figlia, il paragone con l’infanzia è particolarmente efficace; potremmo aggiungere che in tal senso il design d’interni può aiutarci a dare forma a un ambiente domestico che sia tutt’uno con il nostro universo interiore. Il problema, sostiene il filosofo, è che sin dalla polis greca la filosofia si è concentrata sulla città come archetipo di produzione dello spazio comune, trascurando che il tessuto urbano è di per sé composto da singolarità, da case, e gettando così le basi per un’«opposizione radicale tra l’umano e il non umano, tra città e foresta, tra “civile” e selvaggio», oltre che per un concetto di casa come luogo dell’amore e dell’intimità contrapposto all’ambiente di lavoro e sociale.

Mai come oggi, però, nell’era dei social e delle nuove tecnologie che ci portano l’universo dentro casa, tale dualismo tra pubblico e privato risulta artificioso. È dunque necessario un cambio di paradigma, che non può non coinvolgere anche architetti e designer. «Se la casa del passato è stata una macchina della distinzione, nel futuro dovrà diventare la disciplina collettiva della mescolanza» scrive Coccia, auspicando un nuovo modo di intendere i nuclei abitativi come orizzonti di senso non solo individuale ma collettivo, in cui interno ed esterno si compenetrino (contro l’idea del giardino come semplice zona outdoor), animali e piante siano coinquilini e nostri pari (non pet e decori green), specie e culture s’incrocino (e la cucina è per l’autore la stanza simbolo della contaminazione).

Riflessioni sul futuro, queste, che in Filosofia della casa non trovano un effettivo compimento e che – va detto – non possono che riguardare solo il mondo occidentale più o meno agiato, ma che hanno il merito di stimolare una visione dei luoghi dell’abitare contraria all’antropocentrismo sinora dominante, volta a fare della “tana” «uno spazio capace di accogliere tutte e tutti», una casa-mondo fluida, in grado di adeguarsi a un pianeta concepito come «scacchiera mobile di intimità oltre le città e oltre le nazioni». La sfida è impegnativa, sapremo affrontarla?