CASA ATELIER
A casa di Elena Fregni

Nel suo rifugio e atelier a Bologna, l’artista Elena Fregni intesse ogni giorno nuove trame piegando e annodando con maestria e pazienza fili di ferro in forma di animali esotici, composizioni di ispirazione calderiana e trofei. Ironici, agili, eterei

Un universo informale, denso e molto personale, immerso nel fermento dell’antico quartiere universitario di Bologna: è il mondo di Elena Fregni, dove l’artista emiliana intesse ogni giorno nuove trame piegando e annodando con maestria e pazienza fili di ferro in forma di animali esotici e trofei. Ironici, imponenti, eterei. “Solitamente scelgo soggetti che colpiscono la mia immaginazione – racconta – e la natura nelle sue forme perfette è un mondo meraviglioso e ricco di spunti. All’inizio facevo per lo più trofei di caccia: cervi, rinoceronti, giraffe… oggetti evocativi, come una sorta di alternativa artistica, etica e rispettosa dell’animale reale da esibire e ammirare appeso alle pareti”.

Poi sono arrivati gli insetti: coleotteri, libellule e coccinelle in versione macro e una serie di creature marine, a popolare un acquario di tartarughe, granchi, meduse, polipi e piccoli pesci. Fino alle fluttuanti composizioni di sardine di ispirazione calderiana, omaggio a uno dei suoi artisti preferiti. Ma non solo: Elena ricorda di aver riprodotto su commissione addirittura un elicottero Bell Agusta 412 in scala naturale.

Lo studio della forma, nella sua complessità tridimensionale, richiede approfondite ricerche, tra immagini d’archivio e, quando possibile, meticolose osservazioni dal vivo, come quelle che compie al museo di zoologia dietro casa, uno dei luoghi preferiti della sua Bologna. Poi ci vuole il tempo per realizzare le opere: da pochi giorni per un piccolo ritratto fino a mesi se il lavoro è complesso. La tecnica della lavorazione del fil di ferro è retaggio dei suoi trascorsi da odontotecnico, ci confida: “È in quell’ambiente che ho imparato a usare gli strumenti del mestiere e a piegare i primi fili”. Da lì non si è più fermata. Con il talento e l’abilità di una aracne della matassa metallica, per definirla con le parole di Baccilieri, professore all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove Elena si è diplomata in scultura.

Una sapienza artigianale a cui va ad aggiungersi “il modo agile e lieve nell’imbastire la trama dei diversi soggetti”, le linee guida le chiama lei, attorno alle quali tesse una ragnatela di volumi. La rigidità del filo di ferro si stempera diventando quasi morbida tra le sue mani. Un materiale antico e povero, che Elena rende prezioso grazie al suo tocco artistico. Nascono così le sue creature, massime per apparenza quanto minime per consistenza, fulcri dell’ambiente che vanno a popolare, come il rifugio-atelier di Elena, inondato di luce, nascosto sotto i tetti della città.

Quasi uno spazio espositivo, minimale, declinato sugli sfondi neutri e naturali del bianco alle pareti e del legno delle antiche porte recuperate, una diversa dall’altra, con pochi pezzi d’arredo giustapposti alle opere dell’artista. E soprattutto il luogo dove Elena lavora ogni giorno invadendone liberamente gli spazi. Nel suo mondo privato, immagine di uno stile d’antan, semplice e rilassato, ogni cosa sembra trovare il suo posto, come su un set fotografico. E ciascuna ha una storia da raccontare.

D’altronde, ci svela, pressoché niente è stato acquistato nuovo. Perché quella per il vintage e l’usato è un’altra sua grande passione. “Mi piace recuperare e riutilizzare. Forse ho un dna da rigattiere, trovo elementi che poi posso trasformare e adattare alle mie esigenze un po’ ovunque: lungo la strada, nei mercatini, nelle botteghe di antiquariato”. Pezzi che poi Elena mixa con gusto a mobili e oggetti di famiglia, opere d’arte di amici e a sue realizzazioni, come le casse da imballaggio in legno, provenienti dall’India, trasformate in nostalgiche ma funzionali madie su ruote.