COMUNICAZIONE
Sguardi d’autore

È un sodalizio di gusto e di ideali quello tra Giusi Tacchini e il fotografo Andrea Ferrari. Per rappresentare un design che non si fonde nel contesto, ma mantiene una sua autonomia di codici e messaggi

Quando parla della sua esperienza con Tacchini e dell’origine del sodalizio con Giusi Tacchini, imprenditore e direttore creativo dell’azienda, Andrea Ferrari – che da quindici anni è l’interprete dell’immagine del brand – utilizza il termine ‘desiderio’, in particolare di una coincidenza del desiderio. Non usa le parole intento, obiettivo o scopo, ma un termine più personale, che appartiene a una sfera interiore, che si muove dalle esigenze del sé e non da quelle del mondo, nel senso che il lavoro, l’operato, il progetto si vuole che siano il più possibile indipendenti dal contesto del mercato e dalle mode. Questo perché quello di Giusi Tacchini e Andrea Ferrari è un progetto personale.

Secondo il fotografo, il sodalizio si fonda su un gusto condiviso e una cultura di riferimento che si riferisce agli Anni 60 e 70 in Italia, un’epoca in cui il design e l’architettura rappresentavano una sintesi molto riuscita della cultura e della società: “Il mio sguardo è filtrato da questo gusto, sono nato in quegli anni e quel tipo di atmosfera l’ho vissuta: abitavo in una casa di Carlo Scarpa e mi ricordo quando Mario Bellini ha fatto la performance della Kar-a-sutra o quando Vico Magistretti ha inaugurato il Maralunga”.

Sono riferimenti che Giusi Tacchini inserisce “nella ricerca e valorizzazione di un’estetica classica e senza tempo in grado di inserirsi in uno scenario contemporaneo: in Tacchini costruiamo un catalogo dove i grandi classici del design e gli oggetti del presente convivono, in costante dialogo tra loro”. La classicità di Tacchini, questa atemporalità, è fatta di riedizioni eccellenti come il Sancarlo di Achille Castiglioni, descritto come “un trattato di statica, ergonomia, funzione e geometria”; il Sesann di Gianfranco Frattini, già allievo di Gio Ponti; la lampada E63 di Umberto Riva; i pezzi di Martin Eisler, un designer di culto tra i collezionisti, o la Pigreco di Tobia Scarpa, tutti realizzati da Tacchini con un’adesione filologica agli originali in quanto portatori di un ideale di modernità e di un progetto sociale.

Questi pezzi storici sono amalgamati ai prodotti contemporanei interpretati da Gordon Guillaumier, Claesson Koivisto Rune, Pearson Lloyd e ultimamente anche da Studiopepe – esempio emblematico nel settore del mobile per come ha fuso l’attività del disegno di prodotto con l’esperienza decennale nella costruzione di scenari e immaginari dell’abitare – e il risultato è un’armonia molto speciale che lega formalmente e concettualmente i progetti.

Sul piano della rappresentazione iconografica, lo sforzo di coerenza che si legge nella costruzione del catalogo Tacchini trova una traduzione per immagini particolarmente felice nel progetto del T’Journal, una pubblicazione annuale che nelle parole del fotografo “è come un diario di bordo delle nuove collezioni, che contiene un’immediatezza, una formula molto spontanea – come un quaderno degli schizzi – rispetto a quello che avverrà poi nella rappresentazione della campagna pubblicitaria, che è trasportata in un orizzonte culturale dell’abitare”.

Nei fascicoli del T’Journal, invece, gli oggetti sono rappresentati in spazi astratti: sono immagini di still life scattate in studio dove di volta in volta vengono messe in scena delle rappresentazioni concettuali: il fumo colorato per la collezione di Gordon Guillaumier, forse un omaggio all’artista francese Cyprien Gaillard; il lavoro in bianco e nero senza retorica per il divano di Castiglioni; lo specchio (Lacaniano?) del volume del Sesann di Frattini, che riflette su se stesso; la poltrona Bianca di Franco Albini intrappolata in una griglia ortogonale spazio-temporale; la poltrona Giulia, sempre di Frattini, giustapposta a “sculture di luce”, come citazioni della neon art.

L’idea di raccontare il progetto del mobile in un contesto di performance e citazione artistica serve qui a isolare il prodotto dal contesto domestico, a connotarlo come un pezzo di design d’autore e con un valore di oggetto d’arte. Nelle immagini di campagna, tuttavia – come nell’ultima che rappresenta il divano Le Mura di Mario Bellini – dove l’intenzione è quella di “narrare un racconto che restituisce uno spaccato di vita quotidiana” nelle parole di Giusi Tacchini, il prodotto sembra comunque un po’ distaccato dallo spazio architettonico, come se si volesse mantenere questa lettura del design che non si fonde nel contesto, ma mantiene una sua autonomia di codici e messaggi.

Per Giusi Tacchini “le immagini stesse sono già un prodotto per noi: ci muoviamo in scenari reali, nei quali è facile riconoscersi, ma che talvolta diventano utopici”. Un pensiero condiviso da Andrea Ferrari, che peraltro è un fotografo laureato in filosofia e che sembra fondare la sua opera sul ragionamento astratto: “Io cerco di avvicinarmi il più possibile all’icona perfetta: l’oggetto raggiunge la sua iconicità quando la sua rappresentazione si avvicina il più possibile alla perfezione ideale dell’oggetto, altrimenti è semplice didascalia. È come se un’immagine debba distillare tutte le immagini possibili”.