Il design visto da Piero Lissoni è un labirinto felicemente risolto seguendo una traccia fatta di coerenza e anarchia. Gli stessi criteri con cui l’architetto da giovane distribuiva i volumi sulle mensole prima di progettare le librerie
C’è un filo d’Arianna nelle parole che Piero Lissoni sceglie con grande cura per il cronista, circondato dalle lastre di grandissimo formato che l’architetto e designer ha progettato per Atlas Concorde e che ha appena finito di raccontare nello stand dell’azienda emiliana al suo primo Salone del Mobile. Quel filo è la via d’uscita dai paradossi in cui spesso il design, per forza di cose, s’infila.
Natura e artificio, coerenza e anarchia, sostenibilità e crescita: le ossessioni e i dualismi del contemporaneo si stemperano nel sorriso sornione di questo progettista che plasma da anni una quota rilevantissima del made in Italy con le sue direzioni artistiche e il suo approccio inconfondibile al prodotto, che sia una libreria, un divano o un paio di occhiali.
Il re dei dettagli, lo chiamano: lui sorride, specificando che nei dettagli c’è Dio, “ma anche il Diavolo”. Un pensiero per spiazzare, una carriera contro i luoghi comuni. A partire da quello, suggerito dall’occasione dell’incontro, che vorrebbe il grès porcellanato un surrogato della natura e, dunque, della bellezza autentica (“ma che cos’è, poi, l’autenticità?”), quando invece, spiega Lissoni, “i materiali tecnologici sono un viaggio in un mondo parallelo, un’alternativa che non è un ripiegamento ma un’eccellenza, qualcosa che non ha più nulla da dimostrare per qualità ed estetica. D’altra parte – aggiunge – mi chiedo che cosa farà l’uomo quando avremo esaurito l’ultima cava di marmo per farne design”.
Fuoriscala, il progetto che ha presentato ad aprile per Atlas, è un saggio del mondo Lissoni, quella maniera peculiare di mettere piede in un’azienda per interpretarne la storia e il know-how e uscirne solo dopo averne allargato il perimetro con qualcosa di sfidante. Ma con discrezione. E infatti, a proposito del ruolo del design: “Se Milano è la capitale del mobile, non è perché ci vivono i progettisti e gli architetti, ma perché ci sono le industrie, e sono tra le più interessanti al mondo”. Una filiera industriale d’eccellenza ha permesso a Lissoni di realizzare lastre di oltre quattro metri che diventano un nuovo abaco al servizio della casa: non solo delle pareti, ma anche dei mobili.
Il design che si fa architettura e l’architettura che diventa prodotto: “Abbiamo portato all’estremo il concetto dei grandi formati con due scenografie in cui elementi inaspettati giocano sul cambio di scala. Un esercizio concettuale dove forme architettoniche si ribaltano diventando prodotti e viceversa, tavoli dalla forma poliedrica che soverchiano quasi le regole di realizzazione di un tavolo reale”. Riuscire a pensare da architetto, dice Lissoni, vuol dire del resto pensare con metodi differenti, a volte contrapposti, ma seguendo un filo. “Mi sento libero di predicare qualcosa e talvolta, quando mi è comodo, farne un’altra. Da un lato coerenza e disciplina, dall’altro un pizzico di anarchia”.
Lissoni sgrana le parole come fa chi le ama. È ciò che ha imparato da nonno Cesare e da nonno Pasquale. Il primo era quello con la passione per i vocabolari, l’altro il socialista anarchico dal nome cattolico con la predilezione per gli atlanti e le mappe, come l’architetto stesso racconta nel piccolo, curatissimo volume appena uscito per Henry Beyle: Quello che sono diventato. Sul libro e sulle librerie è un altro modo, assolutamente lissoniano, di raccontarsi, attingere al particolare per finire all’universale.
Se è nei dettagli che si coglie il design, è dai dettagli sull’adolescenza dell’architetto che si deduce il suo metodo, figlio dei libri letti, ma ancora di più del modo di riporli e disporli. “Mi è accaduto di spostare testi antichi e di collocarli accanto a Paperinik. Mi è sembrato che classici e fumetti si siano migliorati vicendevolmente. In fondo, con un briciolo di mutazione, Ulisse sarebbe potuto essere Paperinik, capace di combinare di tutto, ma intelligente a sufficienza da uscirne pulito”.
Coerenza e anarchia diventano così il filo del progettista, e le librerie la cartina al tornasole di un paradosso felicemente risolto: “Le librerie non servono a mettere in mostra, sono un luogo dove i libri si parcheggiano, si fermano, si riposano. Somigliano a un albergo, a una antica stazione di posta. Sono uno spazio non perfettamente definito, un supporto per tenere vivi questi oggetti. Un ambiente che non so esattamente che cosa contenga. Quando vi accedo, scopro un mondo che altrimenti resterebbe sconosciuto: i libri sono stanze segrete e la libreria che li ospita, per quanto piccola, racconta un labirinto”. Ma poi arriva il designer, e il labirinto trova il suo filo d’Arianna.