INTERVISTE
Lorenzo Damiani

Bisogna conoscere i materiali, esaminarli, studiarli, capirne tanto le potenzialità quanto i limiti. Da questo studio potranno poi nascere forme, strutture, meccanismi

Laureato in architettura al Politecnico di Milano, Lorenzo Damiani è uno dei designer più sperimentali del panorama italiano. La sua narrazione progettuale avviene con, e spesso attraverso, gli oggetti, prodotti che Damiani porta a compimento dopo una lunga sequenza di prove, stress test, esperimenti. Ha collaborato, fra gli altri, con Caimi Brevetti, Campeggi, Cappellini, Ceramica Flaminia, IB Rubinetterie, Illy Caffè, Lavazza, Luce di Carrara, Montina, Ikea e Fima Carlo Frattini.

L’architetto e critico del design Marco Romanelli, che ha curato una tua personale al Triennale Design Museum, mostra i cui contenuti saranno un po’ il fil rouge di questa intervista, ti ha definito un inventore. Tu, però, hai sempre dichiarato che nel design gli inventori non esistono. Uno dei due è in contraddizione?

La mostra monografica alla Triennale di Milano del 2009, a cui fai riferimento, per me è stata un’occasione importante anche perché mi ha dato l’opportunità di lavorare contemporaneamente con Marco Romanelli e Giuseppe Basile: Marco era il curatore mentre Giuseppe ha progettato la comunicazione, dalla grafica in mostra al catalogo. Ancora oggi utilizzo il logo ideato da Basile. Ricordo con piacere e nostalgia questa esperienza che, per la sua preparazione, mi impegnava fino a notte inoltrata: lavorare insieme ci faceva perdere la cognizione del tempo. Marco Romanelli ha scritto nel catalogo che “il mondo contemporaneo è prigioniero delle forme” e la figura dell’inventore, in quel momento, poteva essere intesa come una possibile alternativa progettuale. Ovviamente, la definizione di invenzione e, quindi, di inventore devono essere interpretate e contestualizzate. Tornando alla tua domanda… forse avevamo ragione entrambi, perché il pensiero di ognuno nasceva da un punto di vista diverso. Progettare, per me, significa trovare un’idea da cui far iniziare il processo ideativo, senza l’ossessione della forma che arriva come conseguenza. A un certo momento del testo critico Marco ha scritto: “I lavori di Lorenzo alla fine assomigliano a Lorenzo, come certi cani ai loro padroni. Cifra ne è la continuità. Una continuità che si è costruita senza sbavature dal 1995, data del primo progetto. La continuità è un valore. La continuità è rara perché presuppone quel tanto di rigore che non ti consente di scendere a compromessi”.

La mostra che ti ha definito “inventore” si è tenuta nel 2009, e nel 2012, alla Fondazione Achille Castiglioni, ecco la mostra Senza Stile. Un riferimento alla tua cifra progettuale? Una provocazione? Un sogno?

La mostra ha voluto evidenziare come – nel mio approccio al progetto – non sia evidente uno stile ma un metodo. Tutti i miei oggetti sembrano collegati tra loro da un sottile filo rosso non certamente riassumibile con la forma. Ogni progettista ha un punto di vista proprio: il mio non considera la forma come obiettivo primario.

Gli inventori, o i designer, lavorano su ogni tipo di materiale. Tu hai spaziato dal feltro al marmo, dall’acciaio al legno e non li hai mai catalogati fra materiali ricchi o poveri. Però ti chiedo di sezionare questi materiali, di narrarli per noi…

Come sosteneva Gio Ponti, non esistono materiali “ricchi” o “poveri”. Animato dalla stessa convinzione, l’ebanista Pierluigi Ghianda asseriva che “ogni materiale, se ben lavorato, diventa prezioso”. Anch’io penso che non ci sia differenza tra materiali in questo senso. Credo, inoltre, che la scarsità progressiva di materia prima, nel prossimo futuro, porterà a un azzeramento di qualsiasi tipo di gerarchia valoriale perché tutti i materiali, indipendentemente dalla loro lavorazione o provenienza, diverranno preziosi a causa della loro scarsità e difficoltà di reperimento. Quindi, prepariamoci. Amo il marmo e, proprio per questo motivo, vorrei paradossalmente usarlo sempre meno o – comunque – in modo più oculato e attento. Nel tempo ho cercato di progettare degli oggetti con il marmo, più che altro come ricerca per trovare modi alternativi per l’utilizzo dei materiali lapidei: nascono, così, alcuni progetti con il marmo piegato o pieghevole come la panchetta Foglio. La collezione Boboli è un esempio diverso in cui si utilizzano dei semilavorati, incollati tra loro e poi fresati in CNC, normalmente adoperati per decorare giardini o aiuole: questi “sotto-prodotti poveri” della lavorazione del marmo vengono portati – con questo mio progetto – da un ambito di riferimento all’altro conferendogli preziosità. Oppure la collezione Monolithos per Luce di Carrara che ragiona sulle lavorazioni, con l’obiettivo di trovare soluzioni alternative per consumare la minor quantità possibile di materiale. Questi sono solo alcuni esempi riguardanti il mondo del marmo. Anche il legno e i suoi derivati sono stati una grande fonte di ispirazione che mi ha portato a utilizzare il legno con soluzioni e ambiti di utilizzo differenti, come nel caso della collezione Truciolari. Certamente, deve essere presente sempre un’idea, anche minima, per giustificare la nascita di un nuovo progetto. Ricordo anche gli esperimenti con il poliuretano o il polistirolo lasciato a vista, in modo crudo, per creare un decoro con la matericità del semilavorato.

Inviti mai qualcuno nel tuo laboratorio a Lissone? Personalmente me lo immagino come uno spazio dove la magia e la tecnologia si incontrano, e chissà che scintille…

Il mio studio è un ambiente molto silenzioso in cui “le cose” vengono appoggiate in attesa di una loro possibile “chiamata al progetto”.

Fold – il miscelatore “a pieghe” realizzato per Flaminia – è nato da quelle scintille?

La collezione Fold, progettata per Ceramica Flaminia, nasce da una mia ricerca sulle metodologie e attrezzature necessarie per la piegatura di un tubo metallico, risalente al 2005. Nasce, così, inizialmente una maniglia per porte e – in seguito all’incontro con l’azienda di Civita Castellana – anche una collezione di accessori e rubinetterie per il bagno. L’aspetto interessante di questa collezione è ovviamente la piega del tubo che esternamente trasmette un forte impatto estetico mentre internamente crea – con la piega stessa – una sorta di parete per diminuire la velocità di passaggio dell’acqua: ciò significa meno pressione e un minor consumo di acqua.

Veniamo al tuo ultimo lavoro, realizzato per Fima Carlo Frattini e presentato al Salone 2022, il sistema Ingiro che permette di posizionare praticamente ovunque una doccia. Qui l’invenzione, però, direi che è un termine calzante

La collezione di erogatori d’acqua Ingiro per gli ambienti all’aperto, realizzata insieme a Fima Carlo Frattini, è composta da una serie di elementi collocabili ovunque purché la tubatura flessibile dell’acqua, a cui sono collegati, sia sufficientemente lunga. Ogni elemento contiene piccoli elementi di novità: Ingiro, nella versione bassa, offre la possibilità di avere un doccino sempre a portata di mano per farsi una doccia, innaffiare i fiori o altro ancora. È sufficiente sfilare l’erogatore dalla sua sede e portarlo dove il tubo flessibile può arrivare, “accendendo” l’acqua con un colpo di piede. Inoltre, la possibilità di accessoriarlo con piani d’appoggio di vario tipo e porta salvietta lo trasforma in un inedito servomuto da giardino. Invece, la colonna doccia free-standing offre la possibilità di ospitare accessori vari e di sfilare il doccino – regolabile in altezza – per rendere più comodo il lavaggio di tutte le parti del corpo.