ARCHITETTURA
Stonehouse

Una composizione di volumi quasi metafisica legata dal fil rouge del travertino è il linguaggio scelto dall’architetto Michela Ekström per Stonehouse. Una residenza privata nelle campagne laziali

Sembra uscita dall’immaginario del libro Da lontano era un’isola di Bruno Munari o dalla fantasia visionaria di uno scultore futurista, con i suoi volumi solidi e rigorosi che racchiudono al loro interno come in uno scrigno continui mutamenti visivi e di percezione dello spazio. E in effetti fa leva su diversi registri espressivi legati dal filo conduttore di un unico materiale, il travertino, la Stonehouse progettata dall’architetto Michela Ekström a Fiano Romano, un piccolo edificio di soli 60 metri quadrati tutto giocato su un evocativo dualismo fra esterno e interno.

A fronte di una superficie estremamente ridotta Ekström ha qui scelto di lavorare con lo spazio e la sua percezione e con il tema dell’essere al tempo stesso osservatori e osservati, della contemplazione come atto creativo. Così, un ambiente a doppia altezza, un soppalco, un patio vetrato, una terrazza chiusa da una finestra aperta sul tramonto, un camino esterno e una piscina ad angolo diventano tutti elementi di una narrazione estetica basata sulla loro interazione, una feconda relazione che genera continui cambiamenti di scenario.

A connetterli è la costante presenza del travertino, un materiale fortemente legato al territorio laziale che qui svela una duplice natura architettonica e decorativa. La conformazione del terreno e la distanza dagli edifici circostanti hanno dato forma a un progetto capace di integrare in un’area edificabile di poche decine di metri quadrati una serie di elementi che, nelle intenzioni di Ekström, diventano protagonisti di una successione di sequenze percettive. Il piano terra è un ampio open space rettangolare in cui si apre un patio vetrato che definisce il confine fra gli spazi indoor e un outdoor dove diventa protagonista il secondo elemento naturale della casa, l’acqua della piscina a sfioro in cui si riflettono il candore del travertino e l’azzurro del cielo.

Un camino esterno crea un secondo scenario che dilata la percezione dello spazio, mentre una scala metallica conduce al soppalco e alla terrazza esterna al primo piano, chiusa ai lati ma aperta sul cielo per creare una sensazione di intimità e protezione che non rinuncia a esplorare la dimensione outdoor proseguendo il tema della dicotomia fra interno e esterno. A legare ancora una volta tutti questi elementi è lo spazio a doppia altezza racchiuso dalla copertura inclinata, che collega visivamente i due livelli della Stonehouse.