Marco Williams Fagioli è un designer che trova nella trasversalità la sua ragion d’essere. Il suo Zup Design, dove ricopre il ruolo di direttore creativo, è uno studio che si occupa di comunicazione, progettazione d’interni e allestimenti museali
Se non siete curiosi lasciate perdere, diceva Achille Castiglioni. E Marco Williams Fagioli – che ha collaborato con aziende del calibro di Rubinetterie Treemme, Effe Perfect Wellness, Fantini Rubinetti, Binova, Lasaidea, Vaselli, Indesit Company – intende seguire alla lettera l’indicazione di uno dei più grandi interpreti del design internazionale. “Un progetto deve essere liquido”, ci dice. “Contaminato e contaminante, camaleontico. Non bisogna aver timore di intraprendere strade sconosciute, inusuali. Per questo è fondamentale essere curiosi, ascoltare pareri e professionalità provenienti da altri ambiti”.
La trasversalità fra diverse discipline sembra essere la tua cifra progettuale
Sì, e tutto inizia dalla mia formazione scolastica presso l’Istituto Statale d’Arte a Perugia e, dopo il diploma, all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Urbino. In questi due contesti, ho studiato e approfondito materie fra loro diverse, dalle tecniche incisorie alla fotografia, dalla fusione alla tipografia a caratteri mobili. Da qui nasce la passione per la manualità e la trasversalità, che diventano ben presto, in virtù del mio lavoro, una necessità. Tendo infatti ad annoiarmi se sono costretto alla ripetizione, alla serialità, per questo cerco sempre di trovare nuovi spunti, idee, progetti.
Hai vinto due Compassi d’Oro in due diversi settori, nel 2016 con 5mm per Rubinetterie Treemme e nel 2011 con il progetto di comunicazione Multiverso
Effettivamente sono due ambiti molto diversi, da dove sono nati due prodotti altrettanto diversi. Però posso dire che progettare un rubinetto, una sauna o un gioiello non comporta per me molte difficoltà. Progettare è un modo di essere e di vivere, si progetta mentre si vive. E a me piace farlo per l’industria, amo i materiali, le tecniche di lavorazione, l’azienda in sé. L’oggetto fine a se stesso non mi interessa, e poi voglio rompere lo stereotipo della specializzazione. Ti faccio un esempio, la mia passione più grande è la fotografia, ma non ho mai voluto fare di questa passione il mio lavoro. Certo, la fotografia ne fa comunque parte in quanto capacità di coordinare l’immagine dell’azienda, dal set fotografico all’allestimento di uno spazio espositivo, ma rimarrà sempre un mio territorio personale. Il progetto Multiverso, che ha coinvolto tutto il mio studio, un gruppo creativo a mio avviso straordinario, è ispirato al personaggio del monaco Salvatore che troviamo nel romanzo Il nome della rosa. Parlando diverse lingue, è riuscito a rompere gli schemi della comunicazione visiva. Da qui nasce un linguaggio tipografico inventato in grado di rappresentare tutti gli alfabeti del mondo. Il progetto è nato per rappresentare l’Icograda Design Week di Torino, ed è una miscela di segni, immagini e forme, connessi fra loro in un’architettura in continua evoluzione.
Nel 2001 apri Zup Design: un network più che un classico studio
Quello è stato l’anno della crisi e della svolta, sono uscito dall’università pensando di lavorare in un contesto grafico, disegnando cover, manifesti, segni. Ma mi sono subito reso conto di avere completamente sbagliato strada. E, non amando lavorare in solitudine, ho aperto questo studio circondandomi più che ho potuto di professionalità diverse, trasversali, riempiendo le stanze di grafici, ingegneri, architetti.
Com’è stato all’inizio?
Ammetto di aver incontrato serie difficoltà nel comunicare all’esterno questa nuova realtà, mi sono reso conto che meno cose dicevo meglio era, se l’azienda voleva un segno grafico lo facevo, se voleva un prodotto ecco il prodotto. Poi sono, anzi, siamo riusciti a trasmettere quel concetto di design strategico che a ci interessava. Vedi, può succedere che un’azienda ti chiami e ti affidi un incarico che è sbagliato a monte. Quando inizi ad approfondire ti rendi conto che, magari, non è un catalogo di cui quell’azienda ha bisogno, o che il prodotto richiesto è sbagliato, o fuori mercato, e così via. Allora bisogna avere il coraggio di chiamarsi fuori. Invece, quando si lavora con un obiettivo chiaro, il percorso che parte dal disegno e arriva alla comunicazione finale è lineare, ed è questo che intendo quando parlo di design strategico. Chiudo con un’annotazione alla quale tengo moltissimo: il designer non deve mai essere più importante dell’azienda o del prodotto, questo è un errore strategico imperdonabile.
L’ambiente bagno e lo spazio cucina sono molto presenti nella tua progettualità
Sì, perché al loro interno si possono trovare i due elementi naturali che li contraddistinguono, il fuoco e l’acqua. E ti faccio tre esempi, partendo dalla collaborazione con Vaselli, un’azienda toscana che da più di un secolo opera nella lavorazione della pietra per arredi su misura proprio per bagno e cucina. Con questa realtà esiste un percorso decennale, in quell’ottica di design strategico di cui parlavamo prima e, fra gli altri progetti, mi piace ricordare la cucina Oco. Il top è un blocco scavato in pietra che richiama l’esperienza dei lavori manuali, una volta molto più frequenti in questo ambiente. E infatti, per testarne l’ergonomia, ci siamo rivolti alle tradizionali donne di casa, le massaie. Quando ci dissero che facevano fatica a spostare le pentole, ecco nascere un piano di lavoro dove taglieri e porta oggetti possono scorrere liberamente. Con 5mm di Rubinetterie Treemme, invece, ho lavorato con uno dei tratti che amo di più: l’essenzialità. Quei cinque millimetri sono infatti lo spessore costante in cui avviene sia la fuoriuscita dell’acqua che il suo passaggio interno, con tutte le dinamiche della miscelazione. Per quanto riguarda la collaborazione con Effe Perfect Wellness, i sistemi Sauna e Hammam Yoku e Natural sono caratterizzati dall’accostamento di un segno semplice, quasi rigoroso, e da un concetto di accoglienza e relax a tutto tondo. Progettare prodotti dedicati al benessere della persona è un percorso molto stimolante, puoi controllare tutto l’ambiente dove la persona vive l’esperienza.
Che cosa vorresti progettare per l’ambiente bagno?
Sono convinto che il concetto di benessere in questo ambito vada ricercato a partire dalle camere da bagno che caratterizzavano le grandi ville signorili del Settecento e dell’Ottocento, un concetto che non ritrovo nei bagni contemporanei, che vedo troppo centrati sulla spettacolarizzazione del binomio mobile e specchio. Ho un progetto, a questo proposito, che sto lasciando decantare ma che riprenderò sicuramente, ed è quello di un lavabo che si adatti all’utilizzatore, e non il suo contrario. Le persone sono di diverse altezze, con età diverse, persone con handicap che abitano con parenti che non hanno difficoltà fisiche, e allora perché con queste diversità non può esserci un lavabo che si adatti a tutti? Un lavabo regolabile in altezza, che non discrimini e penalizzi le differenze fisiologiche. In generale, trovo che l’ambiente bagno possa rispondere molto meglio al concetto di benessere della persona se è un luogo non minimalista – è un termine che non amo – ma essenziale, sbozzato fino a diventare esattamente quello che serve, dopo aver tenuto conto e risolto tutte le diverse esigenze.