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La casa di Gae Aulenti

Celebrata da una mostra in Triennale, Gae Aulenti ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’architettura e del design. Uno sguardo alla sua casa in Brera ci aiuta a ricostruirne gli interessi e la personalità

Gae Aulenti si laurea in architettura nel dopoguerra, esattamente nel 1953, quando si riteneva che questa disciplina non fosse adatta alle donne. Una professionista coraggiosa e una pioniera che –  senza mezzi termini – rende esplicito il suo pensiero sull’argomento: “Sebbene l’architettura sia considerata una professione da uomini”, afferma “e il fatto di essere donna possa essere stato per me uno svantaggio, faccio finta di non saperlo; lo ignoro perché potrebbe ostacolare il mio percorso professionale”. La sua è una vocazione autentica, una passione profonda per la progettazione, la costruzione e tutte le ampie implicazioni che questa attività comporta.

“Sono stata fortunata”, afferma, “mi piace il mio lavoro e mi diverte molto. Amo fare disegni costruttivi, dirigere un cantiere, vedere crescere un edificio. Mi piace l’odore del cemento”. Nata nel 1927 da una famiglia di antenati intellettuali, esprime subito una personalità forte e decisa, partecipando alla Resistenza a soli quattordici anni. Nella sua vita è stata progettista di edifici, creatrice di arredi che ancora oggi suscitano attenzione, ha partecipato intensamente alla vita culturale del dopoguerra, lavorando nella redazione di Casabella, la più prestigiosa delle riviste, si è dedicata all’attività accademica e, in seguito, ha lavorato molto nella scenografia teatrale.

La sua casa milanese, in cui ha vissuto dal 1974 fino alla sua morte nel 2012, oggi sede del suo archivio curato dalla nipote Nina Artioli, anche lei architetto, si trova nel cuore di Brera ed è un luogo che suscita grande emozione perché consente, attraverso uno sguardo a quelli che erano i suoi spazi privati, di ricostruire la sua personalità, i suoi interessi e la sua cerchia sociale.

L’ampio soggiorno si sviluppa su due piani collegati da una scala metallica arancione il cui sapore industriale è ripreso dalla passerella in grigliato che conduce alla terrazza con vista su Piazza San Marco. In questo salotto si incontravano alcuni dei maggiori protagonisti della cultura milanese e nazionale, da Vittorio Gregotti a Umberto Eco, da Inge Feltrinelli al regista Luca Ronconi, con cui Aulenti collaborò a lungo. Qui Gae Aulenti organizzava incontri e pranzi in uno spirito di raffinata semplicità. I ​​numerosi libri che tappezzano le pareti rivelano interessi che tendono in direzioni molteplici, alcune opere d’arte, tra cui una scultura di Melotti, o una fotografia firmata da Cartier Bresson, rivelano incontri importanti.

Un’antica scultura lignea è accompagnata da un grande arazzo di Roy Lichtenstein, “un multiplo di dieci, altrimenti non me lo sarei mai potuto permettere”, ha dichiarato in un’intervista. La casa è affollata di ricordi, affetti, tracce di vita quotidiana, ricordi di numerosi e spesso solitari viaggi. Non mancano oggetti da lei disegnati, dalla lampada Pipistrello alla poltrona Sgarsul, entrati nella storia del design a cui Aulenti ha ampiamente contribuito con pezzi originali che fanno parte delle collezioni permanenti di musei internazionali. Una porta all’estremità opposta dell’ingresso conduceva un tempo direttamente allo studio.

Casa e lavoro, amici e collaboratori, interessi culturali e professione: nella vita di Aulenti si manifesta una vocazione alla trasversalità e alla non specializzazione che traccia i confini dei campi d’azione. Nel corso della sua carriera ha lavorato a lungo per Olivetti, realizzando molti showroom in tutto il mondo. Ha progettato, tra gli altri, numerosi appartamenti per la famiglia Agnelli. Si è occupata di spazi pubblici, tra cui piazza Cadorna a Milano e il relativo progetto di riqualificazione. Certamente, l’opera che l’ha resa più nota al pubblico internazionale è il museo parigino della Gare d’Orsay, un grande progetto inaugurato dal presidente Mitterrand nel 1986 e da allora diventato meta acclamata da milioni di visitatori.

Gli spazi della casa e dello studio annesso hanno visto nascere le sue creazioni, nutrite da una visione originale, elaborata da un gruppo di lavoro non numeroso, in una dimensione quasi artigianale molto lontana dai grandi numeri degli atelier contemporanei. Sotto la guida di una donna rigorosa, la cui carriera ha palesemente smentito la visione dell’architettura come disciplina riservata ai soli uomini.

Articolo già pubblicato nel libro Signature Houses: Private Homes by Great Italian Designers, Rizzoli 2023