INTERVISTE
Isern Serra

Onestà, serenità ed essenza dei luoghi sono i valori che guidano Isern Serra nella sua traiettoria progettuale. Alla ricerca costante di una dimensione autentica e intimista.
Dove funzione ed emozione coincidono

Isern Serra capisce di volersi dedicare all’interior design appena ventenne, dopo una visita rivelatrice alla sezione egiziana del Metropolitan Museum of Art di New York accompagnato dal padre, professore di Belle Arti. Diplomatosi alla scuola Eina di Barcellona, si forma con Antoni Arola, Premio Nazionale del Design 2003, per poi mettersi in proprio nel 2008. Da allora firma un lungo elenco di progetti, dagli spazi effimeri a quelli espositivi, dagli uffici agli elementi d’arredo collaborando con importanti brand e dimostrando grande versatilità. Ma il salto professionale avviene curiosamente nel 2020, con la pubblicazione del suo appartamento nel quartiere barcellonese del Poblenou, fortemente connotato da un’estetica minimal di stampo mediterraneo. Un successo inaspettato che gli ha regalato notorietà a livello internazionale.

Il progetto di casa tua ha segnato una svolta. Ti aspettavi questo successo?

Assolutamente no! Il lockdown del 2020 è un periodo che mi è servito per riorganizzarmi anche dal punto di vista professionale, nel quale io e la mia compagna ci siamo dedicati a progettare la casa in cui volevamo vivere. Dopo la pubblicazione è stato un boom, con richieste da clienti che per la prima volta si rivolgevano a me perché si sentivano in sintonia con il progetto ed erano interessati al mio stile. Suppongo che uno dei motivi sia che in quel momento la casa sposava un’idea di serenità, semplicità, con gli arredi integrati, la luminosità e le piante, un progetto che catapulta fuori dall’ambiente cittadino. La crescita è stata molto veloce, e per fortuna mi sono circondato di un team fantastico a cui ho potuto delegare senza problemi.

Com’è organizzato lo studio attualmente?

I componenti sono tutti interior designer di formazione e ognuno gestisce uno o due progetti in autonomia con la mia supervisione, ma partecipiamo tutti al momento progettuale. Trovo importante che tutti facciano di tutto e che tutti siano al corrente del lavoro di ciascuno. Una cosa per me è chiara: non voglio crescere troppo come studio, ma mantenermi in una dimensione in cui possa continuare a trasmettere un sentire e a realizzare progetti con un un’anima, senza trasformarmi nel manager di un’azienda.

Siete entrati da poco nel nuovo ufficio del Poblenou, dove il confine tra abitazione e luogo di lavoro non è affatto evidente. Lo stesso si può dire per gli altri tuoi progetti di interior, che si tratti di uffici o showroom la scala pubblica e quella domestica spesso si confondono…

Si, è stato necessario trovare uno spazio più ampio e adeguato per lavorare, ma anche che ci rappresentasse come studio, con i nostri valori. Sono ossessionato dall’idea che i luoghi di lavoro debbano assomigliare a quelli abitativi: quando lavori devi sentirti bene come a casa. In entrambi i casi lo spazio diventa un veicolo fondamentale di benessere.

Nei tuoi ultimi progetti di interior c’è un filo conduttore: spazi minimal, superfici continue che diventano arredi, monocromatismo…

Ciò che detta le scelte compositive è lo spazio, a cui conferisco semplicemente uno strato di serenità, senza aggiunte, per renderlo protagonista. L’idea è quella di dare carattere a un luogo con l’architettura stessa, qualcosa che considero come un “non intervento”, una messa in valore dello spazio in sé che gli conferisce atemporalità. Fare molto con poco. Una qualità che viene apprezzata anche dai clienti contract.

Coincidono quindi le richieste che arrivano dal residenziale con quelle provenienti dal contract?

A me si rivolge chi si trova in sintonia con il nostro modo di sentire: spazi che trasmettono  pace e sensazione di benessere e comfort. In contrapposizione a un mondo iperdinamico, iperproduttivo e pieno di input c’è un desiderio di ritorno alle origini e all’architettura vernacolare, nello specifico qui da noi al concetto di Mediterraneo. È una tendenza in crescita, per quel che posso percepire, anche nel mondo del contract. Non più ostentazione del lusso, ma scelta oculata di materiali di qualità, locali ed ecosostenibili.

Certamente negli ultimi anni lo stile rustico-chic con l’impiego del microcemento e di materiali raw è di tendenza

Non mi riferisco tanto ai materiali, quanto al concetto di serenità, pace interiore e autenticità che sottintende. Non si tratta semplicemente di design, ma di un modo di concepire la vita stessa, di una dimensione più umana dell’abitare, più intimista. Penso al negozio che abbiamo realizzato per Thinking Mu o al Fiskebar a Barcellona. Oppure a Lanzarote, dove stiamo realizzando un hotel in collaborazione con un architetto locale.

Referenti o fonti d’ispirazione particolari per i tuoi progetti?

Ammiro molti maestri dell’architettura e dell’interior, ma non mi riconosco in uno stile specifico. Ogni progetto è a sé e le fonti d’ispirazione sono diverse: viaggiare, andare a una fiera così come parlare con gli artigiani e con certi clienti è un modo per ampliare il mio ventaglio di esperienze e conoscenze. I registri sono molteplici e dipendono dal tipo di progetto: non è lo stesso l’approccio a uno spazio espositivo, a uno stand o a una residenza. Diventa impossibile sistematizzare il processo creativo.

Oltre ad aver progettato la casa-studio di Andrés Reisinger collabori anche con il suo studio. E qui si apre un mondo, quello del digitale, ancora abbastanza sconosciuto. Qual è il tuo punto di vista?

Ecco un buon esempio: lavorare con l’equipe di Reisinger è per me una fonte d’ispirazione. Trovo interessante la contaminazione tra la ricerca sperimentale nel digitale e il vernacolare. E quello che oggi si riesce a fare grazie a questo strumento è sorprendente. Ciò che ti permette il mondo digitale è di generare un linguaggio, che poi puoi trasporre nel mondo dell’arte o del design. È uno strumento molto potente che prenderà piede e sarà incorporato inevitabilmente nella pratica professionale.

Che ruolo gioca il colore nei tuoi progetti?

Quando si tratta di progetti effimeri è molto presente, protagonista, ma per quanto riguarda gli interni spesso sono i clienti stessi a chiedere un look total white, assolutamente in linea con il mio modo di concepire uno spazio da vivere.

Si potrebbe dire che la firma di Isern Serra ha a che vedere con questo tipo di spazio?

Trovo che le tonalità naturali accompagnano, mentre il colore interferisce in qualche modo con le emozioni. Uno spazio ben disegnato, con pochi elementi di grande semplicità e un tono chiaro uniforme non stanca e trasmette un senso di pace. Anche la vegetazione non deve mai mancare, forse perché ho passato la mia infanzia molto a contatto con la natura.

E invece i materiali prediletti?

Il microcemento senza dubbio mi offre la possibilità di realizzare quelle superfici continue, con possibilità illimitate, che per me sono insostituibili. In generale stiamo sperimentando con diversi produttori che fanno ricerca anche con residui di fibre industriali e materiali di scarto, ma sempre biocompatibili e sostenibili.

Cosa hai per le mani in questo momento?

Stiamo lavorando a uno stand per Light and Building, a un paio di uffici e diversi negozi qui a Barcellona, un hotel e un ristorante a Lanzarote, un hotel a Roma e un paio di residenze private.

Un progetto che sogni di realizzare?

Un hotel qui a Barcellona, urbano ma con un carattere molto domestico. Come piace a me.