ARCHITECTS AT HOME
A casa di Giuseppe Amato

Dominata dai libri, la dimora siciliana di Giuseppe Amato è un esempio di restyling che mette al centro il lato emozionale del design. Che qui plasma ambienti ricchi di storia… e di storie

Ogni progetto di Giuseppe Amato nasce da un’emozione associata a una fantasticheria, a un sogno a occhi aperti talmente suggestivo da trascinarci in uno spazio ideale, spingendoci a immaginare come quello stesso spazio si potrebbe abitare. “Occorre una visione potente”, è la tesi di Amato, classe 1970, alle spalle studi da biologo, passato al design al seguito del suo mentore Sory Yanagi, in Giappone. Sogno, progetto, realizzazione: queste le tre fasi del metodo che lui chiama Dream&Draft, incentrato sul dialogo tra inconscio e razionalità, e concepito per mettere a punto interni, oggetti e architetture a partire dal “disegno espressivo”, ossia un disegno che non si limiti a rappresentare, ma che stimoli stati d’animo.

“L’architettura è forma plastica, è tridimensionale, è l’apoteosi della scultura perché è una scultura gigantesca in cui si può vivere”, sostiene Amato, attivo tra Milano, Palermo e New York. “Bisogna tornare a bottega dai maestri per imparare la prospettiva, per imparare a disegnare, a fare schizzi. Ho acquisito questa consapevolezza quando ho incontrato il mio primo maestro: uno scultore che mi ha accolto nel suo laboratorio, dove mi è sembrato di tornare a cinquecento anni fa. Insisteva perché disegnassi prima di toccare un pezzo di argilla o di marmo”.

Sono i presupposti che lo hanno guidato nella reinterpretazione della casa che fu di suo padre a Palermo, ripensata con lo spirito del giramondo che ha viaggiato a ogni latitudine, senza, però, dimenticare le sue radici. Da qui il desiderio di conservare la memoria della sua giovinezza reinventando questa casa nel quartiere Politeama-Libertà, con un restyling lontano dagli schemi classici ma rispettoso dell’edificio dei primi del Novecento che la ospita.

Amato ha così mantenuto i pavimenti e le boiserie originali, rivestendo le pareti con intonaco grezzo grigio e inserendo librerie nella maggior parte delle stanze. “Per la prima volta ho ideato una libreria per me stesso: semplice, economica e veloce da costruire, forse la migliore che abbia mai progettato”, dice lui, che come materiale per gli scaffali destinati a ospitare 12000 volumi ha scelto il ferro grezzo. “Per molto tempo ho progettato librerie usando il legno. Ma mi sono reso conto che tutto il lavoro fatto andava perso, dato che una volta riempita il legno non si vede più. Di fatto la libreria è un oggetto che scompare, motivo per cui necessita di qualcosa di ancora più essenziale. In questo caso, il ferro grezzo”.

Noto per la serie Unexpected Homes, case visionarie che diventano installazioni d’arte pubblica, e per il Nautoscopio, abitacolo sospeso e ruotante presentato al Salone del Mobile 2009 e ormai simbolo del lungomare di Palermo, Amato si è, dunque, inventato una libreria libera dal design, smontabile e rimontabile in più varianti, adattabile a qualsiasi parete e a qualunque ambiente. Alla base, la convinzione che “gli spazi domestici sono luoghi in cui si alternano storie e relazioni umane, per cui devono essere concepiti considerando che chi li abiterà li condividerà con altre persone”.

È in quest’ottica che si è immaginato il tavolo con piano in legno del soggiorno, che con la sua struttura metallica ben si abbina alle mensole cariche di libri che non si limitano a vestire i muri, ma contornano anche porte e finestre, allungandosi fin quasi al soffitto. Attorno, come nei palazzi barocchi, un’enfilade “di porte che si aprono sullo stesso lato e sullo stesso asse” permette una prospettiva completa da un capo all’altro dell’appartamento, dando la possibilità di guardare attraverso ogni spazio. In tutto ciò la zona notte è interrotta dalla zona giorno: due camere con letti a baldacchino sono collocate alle estremità dell’abitazione, speculari tra loro, mentre sala lettura e soggiorno si trovano al centro.

Su un secondo asse si trovano la terza camera con letto liberty di Ernesto Basile, l’ingresso, un corridoio, due bagni in resina grigia e la cucina in acciaio che “doveva sembrare come se l’avessi trovata lì”. In ogni locale icone del design – dal tavolo André di Tobia e Afra Scarpa alle sedie Cesca di Marcel Breuer, da una Thonet di fine Ottocento all’Arco di Achille e Pier Giacomo Castiglioni – si affiancano ad antichità scovate nei mercatini delle pulci e a sue stesse creazioni, molte in rovere di Slavonia stagionato proveniente da alberi accuratamente selezionati… tronco per tronco.