Un saggio di Filippo Lorenzo Balma analizza le dinamiche contemporanee tra pubblico e privato e indica una nuova prospettiva progettuale. Un’analisi che può fungere da guida, per aprirsi a un’architettura capace di accogliere la complessità
Nel saggio del 1957 “La poetica dello spazio”, Gaston Bachelard collegava il concetto di casa alla sfera emotiva, mostrando come lo spazio domestico rappresenti per l’individuo il luogo dell’intimità, dei sogni, dei ricordi: un guscio protettivo. È questo il presupposto della riflessione condotta da Filippo Lorenzo Balma in “Domestico e anti-domestico. Il progetto dell’intimità radicale” libro edito da LetteraVentidue che indaga come l’idea del domestico e la sua proiezione su scala urbana abbiano ridefinito, nel tempo, le relazioni tra corpo e spazio, interno ed esterno, pubblico e privato. Con conseguenze controverse.
Architetto e ricercatore affascinato dalle intersezioni tra architettura, media e politica, Balma analizza come la nozione di “domesticità” abbia storicamente influenzato la progettazione urbana. In un’ottica fenomenologica, lo studioso osserva come la casa abbia sempre rappresentato non solo un riparo fisico, ma un costrutto simbolico-culturale, carico di memorie e significati costruiti attraverso l’abitare e la scelta di arredi, oggetti, decori. In Occidente, tra il XVIII e il XIX secolo, tale concezione si è intrecciata con una diffusa mentalità borghese che ha visto nella casa il regno della famiglia, luogo di distinzione di ruoli e assimilazione di norme morali e comportamentali.
Approccio, questo, che in tempi più recenti si è evoluto e tradotto nella tendenza a prediligere layout aperti e a diluire la separazione tra interno ed esterno, in un’interpretazione della casa come ambiente fluido, in linea con la fluidità esistenziale e sociale teorizzata da Bauman. Tuttavia, Balma evidenzia come, pur cambiando forma, la domesticità, in quanto bisogno radicato nella natura umana, abbia continuato a ricoprire un ruolo centrale, sfociando in una progressiva “domesticizzazione” della città che si è perfettamente adattata alle esigenze del neoliberismo contemporaneo: con l’interiorizzazione dello spazio urbano, quest’ultimo diviene mera estensione della casa e la sfera pubblica non è più luogo di interazione libera e conflittuale, ma si organizza secondo logiche di controllo e consumo.
È la storia dell’ascesa degli “urban interiors”, espressione usata da Charles Rice per descrivere l’emergere, dagli Anni 60 in poi, di atri, gallerie e centri commerciali: spazi ideati da figure come John Portman e Victor Gruen, che replicano la città in ambienti protetti ispirati a quelli domestici. E qui sta il nodo della questione: dotati anch’essi di potere simbolico, questi interni si offrono come strumento per generare immagini e immaginari che, più che al benessere della cittadinanza – che semmai vi risulta alienata – rispondono alle necessità di una società dei consumi che tende a conformare e standardizzare bisogni e desideri. Convinto che la città abbia così finito per somigliare a un insieme di “stanze controllabili”, Balma propone un cambio di paradigma: una prospettiva che rivaluti “l’anti-domestico” e recuperi una progettazione urbana capace di mettere in scena il perturbante, concetto freudiano.
Alla “pacificazione domestica”, che rende gli spazi pubblici dei luoghi dove la differenza è marginalizzata e il corpo uniformato e controllato, l’autore (riprendendo anche il concetto lacaniano di extimité) contrappone, dunque, una filosofia progettuale che abbracci l’incertezza e il conflitto come valori positivi. Richiamando le eterotopie di Foucault, il perturbante da lui evocato, lungi dal risolversi in uno stato psichico, diventa una strategia progettuale fondata sull’opacità: disegnare spazi non rigidamente codificati, che non svelino immediatamente il proprio significato e spingano il corpo a muoversi in modo esplorativo e non guidato, vuol dire fare architettura valorizzando l’imprevedibile, il non detto, il margine, il selvatico, e sostenendo una non omologazione della collettività che è conditio sine qua non di una civiltà davvero inclusiva e democratica.
Una visione che invita a ripensare l’architettura come forma di resistenza: solo in un contesto che riconosce e promuove una pluralità di esperienze spaziali e relazionali, liberando il corpo nella sua interazione con lo spazio e con l’alterità che quello spazio abita, si può provare a riattivare una dimensione comunitaria capace di accogliere la differenza senza neutralizzarla.