Culturalmente italiana, contemporanea, contaminata. Così Giacomo De Amicis racconta la sua visione di un’architettura che non è mai esercizio stilistico fine a se stesso ma strumento per realizzare luoghi capaci di trasformarsi nel tempo. Mantenendo la loro attualità
“Come progettista il tema centrale del mio lavoro è da sempre la valorizzazione di quella capacità tipicamente italiana di interpretare, contaminare e fondere idee e linguaggi provenienti da luoghi, tempi e contesti culturali diversi. Non come esercizio stilistico, ma per realizzare progetti capaci sia di conservare il senso del tempo, sia di essere nuovi e originali negli esiti e nel significato”. Comincia così la nostra conversazione con Giacomo De Amicis, fondatore nel 2005 con Bruna Rivolta dell’omonimo studio di architettura milanese, il cui lavoro si caratterizza per un approccio ancorato nella contemporaneità e la ricerca di linguaggi capaci di valorizzare spazi di ogni scala e tipologia, siano abitativi, di lavoro o urbani. Con lui parliamo non solo dell’approccio che caratterizza i lavori dello studio, ma anche della sua visione del ruolo del progettista in un mondo che cambia rapidamente.
I vostri lavori spaziano dall’architettura agli interni, dalla paesaggistica al design. Da dove nasce questa trasversalità?
È una scelta che abbiamo fatto sin dall’inizio e abbiamo mantenuto, malgrado la tendenza della nostra professione sia oggi più orientata verso la specializzazione. Questo deriva anche da un approccio che tende a evitare soluzioni preconfezionate e seriali, e considera piuttosto ogni progetto nella sua unicità, come unici devono essere gli esiti che rispondono ai suoi presupposti e obiettivi. La pluralità di scale e tipologie su cui lavoriamo è una conseguenza di questa visione. Che pone certamente anche delle complessità in termini di gestione di un processo progettuale mai standardizzato ma sempre unico per concezione e linguaggio. E che, per lo stesso motivo, non solo è originale ma anche qualitativamente superiore nei suoi esiti.
Cosa comporta in termini concreti questo approccio?
Innanzitutto una relazione con il committente molto stretta, un continuo confronto che non si limita alla fase concettuale ma si estende lungo l’intera vita del progetto. Un processo partecipato, e che per questo è particolarmente adatto alle esigenze di un segmento di mercato alla ricerca non di soluzioni serializzate ma fortemente personali. Che possono anche scaturire da spunti e suggestioni apparentemente banali, ma che proprio grazie a questo processo collaborativo spesso producono esiti originali e funzionali, capaci di spingersi oltre i presupposti di partenza.
Qual è per te, in questa ottica, il ruolo del progettista?
Come ti dicevo la mia è una visione un po’ in controtendenza rispetto a quella oggi più comune. Costruire è un’attività sempre più complessa, e questo spinge molti studi a strutturarsi per competenze crescendo al loro interno figure molto specializzate. È una scelta che ha i suoi vantaggi ma a mio parere anche dei limiti in termini di qualità e originalità del progetto, che a volte rischia di cadere nel già visto. Io vedo al contrario l’architetto come una sorta di “regista colto”, consapevole del quadro complessivo e perciò in grado di essere un punto di sintesi, convergenza e coordinamento delle tante competenze specialistiche che ogni progetto richiede.
Lavori a diverse scale, dal singolo edificio al masterplan, come influisce questo sul tuo approccio al progetto?
Certamente questo influenza l’organizzazione dei processi interni, ma in linea di massima quella “coralità condivisa” che ho descritto rimane un punto fermo. Tutte le figure coinvolte nel progetto sono consapevoli dei suoi diversi aspetti, e sono in grado di governarli sia singolarmente che nella loro unitarietà.
La sostenibilità è da sempre un tema centrale dei tuoi progetti: come la declini oggi?
È vero, ma proprio perché per noi è un terreno familiare dico altrettanto serenamente che non abbiamo mai fatto della sostenibilità un brand. E anche se oggi è un tema molto di moda continuo a considerarla uno strumento al servizio dell’architettura, non un fine in sé. Quanto alle sue evoluzioni, si è partiti da un approccio alla sostenibilità di tipo energetico, molto focalizzato sull’edificio in termini di involucro, impianti e prestazioni, che però oggi è previsto dalla normativa e quindi, più che un tema progettuale, è diventato uno standard cui allinearsi. Da qui si è passati a un’ottica più evoluta, improntata al concetto di impatto ambientale complessivo. Tutti aspetti importanti, naturalmente, che però vanno governati con oculatezza. Un mezzo e non un fine, appunto.
Qual è a tuo avviso il prossimo passaggio?
Credo che l’obiettivo della sostenibilità debba spostarsi sull’analisi dei bisogni. Che significa focalizzare meglio le esigenze, scegliere se demolire o magari piuttosto riconvertire e integrare, costruire meno ma costruire meglio. Tutti concetti che a mio parere sono il primo livello di sostenibilità concretamente praticabile in vista di quello che considero oggi il vero obiettivo: progettare spazi capaci di adattarsi ai nuovi tempi e alle nuove modalità delle attività umane. Il settore office, su cui lavoriamo con una certa continuità, è in questo senso un esempio molto significativo e un ambito che offre opportunità di sperimentazione straordinarie.
Soprattutto in questa fase…
Senza dubbio. Parliamo di spazi che oggi presentano tassi di occupazione molto variabili e che di conseguenza, anche se costruiti con criteri sostenibili, comportano inevitabilmente degli sprechi. È evidente quindi che sostenibilità significa in primo luogo non un edificio che consuma il meno possibile, ma che ha profili di consumo variabili in funzione del suo effettivo utilizzo. E questo lo si ottiene ottimizzandone la gestione tramite i tanti strumenti che oggi la tecnologia ci mette a disposizione e che consentono di “accenderlo” o “spegnerlo” a seconda delle necessità. Questo su un piano puramente funzionale. Ma è solo il punto di partenza di un ripensamento, a mio avviso necessario, della stessa concezione dell’edificio e delle sue funzioni. Anche questo in un’ottica di sostenibilità.
In quale direzione?
Innanzitutto abbandonando il paradigma della monofunzionalità per andare sempre di più verso edifici non connotati, anche nella loro costruzione materiale, da un uso specifico. Un’idea non nuova di per sé, anzi già coltivata nell’Ottocento, che oggi anche grazie alla tecnologia permette di progettare architetture di forte identità ma allo stesso tempo in grado di riconvertirsi facilmente a funzioni diverse. E questo richiede di pensare in questa ottica sin dalla fase concettuale, adottando scelte relative a involucro e interni orientate in questa direzione. Sempre considerandoli non come sfere separate, ma al contrario pensate per lavorare e trasformarsi insieme nel tempo.