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A casa di Gianrico Carofiglio

Entrando nella casa di Gianrico Carofiglio ci si aspetta una casa severa ed è una piacevole sorpresa incontrare un appartamento eclettico, a tratti colorato, ora affollato ora rarefatto. Con un’inattesa collezione di opere d’arte, oggetti d’epoca e ricercati pezzi di design

Gianrico Carofiglio è uno degli scrittori italiani di maggior successo, i cui libri sono stati tradotti in più di ventinove paesi. Il suo talento letterario è emerso nel corso dell’attività di magistrato che ha esercitato per molti anni, per poi abbandonarla e dedicarsi interamente alla scrittura. Bari, la città dove è nato, fa da sfondo a numerose storie che ha raccontato nei suoi volumi e la sua stessa abitazione è profondamente barese, con un impianto architettonico tipico della città, sia all’interno sia all’esterno.

L’appartamento si trova al piano nobile di un edificio di fine Ottocento, con soffitti molto alti e in alcuni casi affrescati. Gradini di marmo disegnano la scala d’accesso i cui muri lievemente scrostati testimoniano il passare del tempo, mentre alcune vasche di marmo, abbandonate sul pavimento dell’androne, raccontano di una regione, la Puglia, dove la storia ha lasciato ampie tracce.

Ci si aspetta una casa severa ed è una piacevole sorpresa incontrare un appartamento eclettico, a tratti colorato, ora affollato ora rarefatto, con magnifici pavimenti originali in pastine di cemento che disegnano grandi tappeti bordati di pietra chiara. La casa ha subito, al momento dell’ingresso degli abitanti, una ristrutturazione firmata dal fratello di Gianrico Carofiglio, Francesco Carofiglio, architetto illustratore e anche scrittore. Il progetto degli interni, invece, è stato affidato ad Anna Gambatesa, proprietaria della galleria barese Misia Arte. “È un progetto in progress – racconta la gallerista – che nasce da un rapporto d’intesa con i padroni di casa. Pezzi d’epoca e di design, oggetti e opere d’arte convivono senza eccessive ambizioni formali, seguendo piuttosto il gusto personale”.

Superata l’entrata priva di finestre, che la tradizione locale vuole di dimensioni importanti e che Anna Gambatesa ha immaginato foderata di libri, si accede alle tre stanze in sequenza. Dalla sala da pranzo lo sguardo arriva allo studio, soffermandosi sulle magnifiche sovraporte che rendono monumentale ogni ingresso.

La stanza centrale è quella dove design e arte contemporanea stabiliscono il dialogo più serrato: un dittico che si accende con un piccolo neon di Daniela Corbascio inquadra la finestra, un feltro di Claudio Varone, della serie Felt for Architecture, è una dichiarazione colorata, mentre il divano Flap di Edra dispiega tutta la sua iconicità.

La sala da pranzo ha toni più morbidi e opere d’arte di grande interesse tra cui un ritratto di Domenico Cantatore, pittore pugliese del Novecento, e un Sol Lewitt che richiede, per rivelarsi, uno sguardo prolungato. Al centro, sotto la splendida volta affrescata in stile simbolista da uno dei fratelli Prayer che da Venezia scelsero Bari come patria adottiva, il lampadario originale illumina un singolare tavolo dalla base scultorea firmato Pierre Cardin.

Con un gioco di ricercata simmetria si fronteggiano due divanetti da teatro d’inizio Novecento e due consolle disegnate da Misia Studio. Se la cucina ha una calda domesticità, la camera padronale di Gianrico Carofiglio ha assonanze orientali date dalle porte di legno che chiudono una nicchia, dallo stesso letto che pare un tatami sospeso su una piattaforma e dal tessuto caucasico che lo ricopre.

Vale la pena di affacciarsi alla finestra per scoprire la presenza del verde sul retro dell’edificio. A Bari si chiamano giardini murattiani, nati con il rinnovamento urbanistico voluto da Gioacchino Murat, allora re di Napoli, all’inizio dell’Ottocento. Il mare è lontano ma se ne avverte la presenza anche quando non lo si vede.