Definito da Gio Ponti “maestro irraggiungibile”, Luis Barragán costruì a Città del Messico il proprio rifugio. Uno spazio introspettivo, attraversato da una potente alchimia cromatica e da riferimenti alla metafisica di Giorgio de Chirico
C’è una casa a Città del Messico che si nasconde dietro una facciata continua in cemento armato, incastrata tra gli edifici di un quartiere operaio – Tacubaya – come se si compiacesse del proprio anonimato. Eppure Casa Barragán è forse l’opera più intima e radicale di Luis Barragán: la casa in cui l’architetto visse e lavorò dal 1948 fino alla morte, nel 1988, e che oggi è riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. “La mia casa è il mio rifugio, un’architettura emozionale”, amava ripetere lo stesso Barragán.
Vista dalla strada, la costruzione è volutamente modesta. La facciata severa e quasi anonima non lascia presagire nulla di ciò che custodisce. Solo dopo aver percorso un corridoio immerso nella penombra ci si imbatte improvvisamente in una parete rosa. Da quel momento ogni ambiente si dispiega come una sorpresa calibrata, una sequenza di scene ricche di riferimenti narrativi (e cromatici).
Il grande spazio a doppia altezza del soggiorno si estende per tutta la profondità della casa, articolato da setti bassi che scandiscono le diverse aree. Sul fronte strada le finestre lasciano filtrare la luce, mentre sul retro ampie vetrate si aprono generosamente sul giardino. Lucernari e finestre permettono di seguire il mutare dell’illuminazione nel corso della giornata. I muri – ruvidi e materici – diventano per Barragán entità scultoree e protagonisti di un paesaggio quasi onirico: superfici che non sono da rivestire, ma campi cromatici vibranti, capaci di evocare emozioni profonde e universali.
Sul retro l’edificio si apre verso il giardino, instaurando una relazione visiva e fisica tra il piano terra e lo spazio esterno. Barragán amava definirsi un architetto del paesaggio, poiché attribuiva agli esterni la stessa importanza riservata agli interni. Posizionò quindi la terrazza a filo con la pavimentazione interna per creare un passaggio continuo tra dentro e fuori.
All’interno, Casa Barragán è attraversata da un’alchimia cromatica dalla forte intensità spirituale. Magenta per le pareti del vano scala, giallo sole per le travi del tetto a vista, verde oliva per lo studio. Tonalità audaci, radicate nell’identità culturale messicana ma filtrate attraverso una sensibilità raffinata che guarda alla cultura arabo-andalusa e alle avanguardie europee del Novecento.
Ogni colore ha un peso emotivo e simbolico, scelto con rigore quasi liturgico: il rosa si fa intimo e contemplativo; il giallo sprigiona una luminosità calda e vibrante, come la luce interiore del sole messicano; il blu diventa silenzio assoluto. Come era solito spiegare lo stesso architetto: “Non temo il colore. Al contrario, lo amo con passione”.
In un contesto dominato dall’ortodossia razionalista dell’International Style – che aveva imposto anche in Messico un’architettura essenziale, asettica e quasi acromatica – Barragán fu il primo a concedere al colore un ruolo centrale. La svolta maturò durante i suoi viaggi in Europa: i giardini del Generalife di Granada, le ville e i paesaggi della costa mediterranea gli rivelarono il potenziale poetico dello spazio aperto e della luce.
Ma fu soprattutto l’architettura arabo-andalusa a suggerirgli che il colore potesse diventare materia architettonica a tutti gli effetti: è attraverso campiture intense che Barragán modella i pieni e i vuoti, costruisce l’atmosfera e scolpisce la luce. Per questo rifiutò il vetro – l’elemento dominante dei modernisti – privilegiando la muratura massiva, i contrafforti e gli specchi d’acqua che amplificano la percezione dello spazio.
Il colore, in Barragán, non si applica semplicemente, ma si invoca, come una preghiera visiva, come una vibrazione spirituale. Grazie a questa profondità espressiva i suoi spazi, pur essendo geometricamente semplici, risultano carichi di energia emotiva. Entrare in una casa di Barragán è come entrare in uno stato mentale: uno spazio di tempo sospeso, di raccoglimento e rivelazione.
Il linguaggio cromatico che prende forma a Casa Barragán – colori saturi stesi in campiture nette e spesso in contrasto con ombre profonde o con il verde della vegetazione – si affinerà nei decenni successivi fino a esplodere nelle opere della maturità. In Casa Gilardi, per esempio, un muro fucsia taglia lo spazio come una presenza assoluta, mentre un’apertura gialla nella copertura filtra il sole creando un’atmosfera quasi metafisica. Nelle Scuderie San Cristóbal, invece, grandi pareti rosa e un portale blu Klein dialogano con le vasche d’acqua che riflettono il cielo, costruendo un paesaggio mentale prima ancora che funzionale.
Nella sua opera, Barragán si ispirò anche ai dipinti metafisici di Giorgio de Chirico e al paesaggista Ferdinand Bac, del quale condivideva la convinzione che “l’anima dei giardini contiene la più grande quantità di serenità in tutto il lavoro dell’uomo”. Gio Ponti, che dal 1953 in poi gli dedicò vari articoli su Domus, lo considerava il suo “maestro irraggiungibile, un architetto mitologico”.
Nella casa si ritrovano numerosi richiami simbolici e oggetti legati all’immaginario popolare, come croci e arredi provenienti da mercati artigianali e botteghe di antiquariato, confermando la natura di Casa Barragán come gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale.
Scale dal disegno rigoroso conducono ai livelli superiori, dove si trovano le camere private e lo studio. Al livello più alto, il tetto-terrazza – nel tempo radicalmente trasformato – è il luogo in cui si compie la conclusione della complessa organizzazione spaziale. Come ricordava Ignacio Díaz Morales, amico di una vita di Barragán, gli spazi della casa danno “l’impressione di essere stati concepiti nello stesso istante”.
Con questo progetto Barragán rivela una dimensione poetica dell’architettura, allontanandosi dalle convenzioni per elaborare un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile. Le sue esperienze, i sogni e i ricordi si traducono in uno spazio fisico capace di parlare a culture e generazioni diverse. Dopo la sua scomparsa, Casa Barragán è diventata un museo aperto al pubblico: un rifugio che, paradossalmente, appartiene ormai a tutti.
Foto Alberto Moreno Guzman. Courtesy Unesco
Foto Alberto Moreno Guzman. Courtesy Unesco