CASE
Casa Horizonte

Casa Horizonte traduce il lessico di RCR Arquitectes – Pritzker Prize nel 2017 –
in una residenza di intensa precisione spaziale. Un volume lineare in corten
e vetro, scavato da corti, aperture e slittamenti di quota. Che mette
in equilibrio domesticità e astrazione, convivialità e raccoglimento

Progettata da RCR Arquitectes per la chef catalana Fina Puigdevall e la sua famiglia nella Vall de Bianya, in Spagna, Casa Horizonte misura e intercetta il paesaggio, trasformandolo in esperienza quotidiana. In questo sta la sua radicalità. In un contesto rurale di straordinaria intensità, tra campi, prati e lievi pendenze ai margini di Olot, Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta – insigniti del Pritzker Prize nel 2017 – costruiscono un’abitazione che evita ogni gesto iconico per affidare la sua forza a un controllo assoluto di sequenza, materia, orizzonte e luce.

Più che un oggetto architettonico autonomo, un dispositivo di relazione, un corpo lineare che si distende sul declivio e trasforma il paesaggio in struttura percettiva dell’abitare. Il progetto nasce da una relazione consolidata tra committenti e architetti, già autori per la famiglia Puigdevall del ristorante Les Cols e di uno spazio per eventi. Questa familiarità consente a Casa Horizonte di raggiungere un raro livello di precisione, perché le esigenze funzionali, i rituali domestici e l’immaginario comune vengono subito tradotti in architettura, senza mediazioni.

L’idea iniziale di ampliare la casa esistente viene abbandonata a favore di un nuovo edificio, collocato tra i terreni della proprietà agricola. È una decisione importante, che chiarisce subito la natura dell’intervento: una nuova forma di insediamento capace di preservare il valore della costruzione originaria e insieme di instaurare un rapporto più intenso con il territorio.

L’accesso alla casa esplicita con grande lucidità il pensiero progettuale di RCR. L’edificio non si offre immediatamente allo sguardo, ma si lascia scoprire per gradi. L’arrivo avviene sotto il volume principale, da qui un ascensore conduce a un corridoio longitudinale che funge da spina distributiva dell’abitazione. Questa sequenza, apparentemente semplice, costruisce in realtà una precisa soglia emotiva: il movimento verticale e il ritardo dell’ingresso producono un distacco dal mondo esterno e preparano a una condizione più raccolta, quasi contemplativa.

È un’architettura che organizza il tempo dell’esperienza prima ancora dello spazio. Anche la configurazione planimetrica risponde a una logica di chiarezza e tensione controllata. Il corpo della casa si allunga seguendo la topografia, articolando le diverse funzioni in un sistema lineare che tiene insieme centralità conviviale e autonomia privata. Al centro dell’abitazione si trovano la cucina e la zona pranzo, fulcro simbolico oltre che funzionale del progetto, coerentemente con il ruolo che il cibo, la preparazione e la condivisione rivestono nella vita di Fina Puigdevall.

Poco distante, il soggiorno si apre verso la vasca d’acqua e verso la campagna, mentre il camino metallico introduce un contrappunto più introverso, quasi a bilanciare la continua espansione visiva della casa verso l’orizzonte. La distribuzione delle camere conferma questa capacità di tenere insieme unità e differenza.

La suite padronale occupa un’estremità della casa, mentre le stanze delle figlie si dispongono all’opposto, organizzate come ambienti che si abbassano di quota e si relazionano a corti incassate che funzionano da patii privati e pozzi di luce. È una soluzione tipica del lessico di RCR: scavare, arretrare, frammentare la sezione per ottenere una densità spaziale che non deriva dall’accumulo, ma dalla modulazione di pieni, vuoti, compressioni e aperture.

Sul piano materico, il progetto condensa alcuni dei temi più riconoscibili della ricerca di RCR. Il corten e il vetro dominano la composizione, ma il loro impiego sfugge tanto al tecnicismo quanto all’estetizzazione. Il guscio esterno conferisce all’edificio una presenza severa, astratta e quasi scultorea, ma il colore terroso del metallo lo ancora al suolo, alla vegetazione, alla dimensione geologica del sito.

All’interno prevalgono ancora superfici metalliche e trasparenze, in un ambiente ridotto all’essenziale ma continuamente animato da variazioni di scala, tagli di luce e inquadrature del paesaggio. L’effetto non è freddo né industriale: è semmai quello di una disciplina estrema che trova calore nella luce, nella materia, nella profondità delle viste e nell’intelligenza delle proporzioni.

Casa Horizonte riesce così in un’operazione complessa: trasformare la casa in una macchina finalizzata alla contemplazione ma senza sottrarle domesticità, traducendo perfettamente l’idea di un’architettura emotiva richiesta dalla committente, ma lo fa attraverso strumenti rigorosi, mai sentimentali. La pace che questo luogo restituisce non nasce da una generica armonia con la natura, bensì da un progetto esatto, capace di dare forma al silenzio, alla luce e alla distanza.

Questo articolo è estratto da The Book 33. Sfoglia il magazine