ICONS
Kaufmann House

Nel deserto di Palm Springs, la Kaufmann House di Richard Neutra reinventa l’abitare moderno: una pianta a croce che separa e connette ali diverse, pareti vetrate scorrevoli e una gloriette sul tetto disegnano un nuovo paradigma di desert modernism

Il magnate e filantropo Edgar J. Kaufmann commissionò non una, ma due tra le più influenti case americane del XX secolo. Dopo gli studi a Yale, Kaufmann prese la guida dei grandi magazzini di famiglia a Pittsburgh e divenne un generoso sostenitore delle arti in città. Incoraggiato dal figlio – laureato in architettura e poi curatore al Museum of Modern Art di New York – commissionò a Frank Lloyd Wright la celebre Fallingwater a Bear Run, in Pennsylvania, completata nel 1939.

Ma solo pochi anni dopo, Kaufmann diede forma a un’altra dimora straordinaria, questa volta nel nascente resort californiano di Palm Springs. Per questo progetto si rivolse a Richard Neutra, la cui carriera era decollata dopo il successo della Lovell Health House a Los Angeles nel 1929. Il lavoro di Neutra unisce uno sguardo modernista a un forte approccio contestuale, sostenuto dalla convinzione che architettura e design possano contribuire in modo diretto al benessere dell’uomo.

I Kaufmann ottennero un ampio lotto proprio accanto alla casa dell’industrial designer Raymond Loewy, progettata da Albert Frey. Palm Springs stava allora iniziando la propria ascesa, un processo che si accelerò negli anni successivi, quando la località divenne meta abituale dell’élite hollywoodiana e dei viaggiatori in cerca di sole. Il progetto di Neutra fu innovativo sotto ogni aspetto, segnando una tappa decisiva nella sua ricerca.

La pianta della casa disegna quattro bracci come i raggi di una ruota, imperniati attorno a un punto centrale di distribuzione. Un passaggio semi coperto collega il posto auto coperto all’ingresso, mentre un altro braccio si prolunga verso l’ala degli ospiti. Un terzo ospita cucina, spazi di servizio e alloggi per il personale, mentre il raggio principale accoglie gli ambienti di rappresentanza e la suite privata dei Kaufmann.

Questo impianto permette alla casa di “espandersi” per ospitare amici, garantendo loro un ambito autonomo, oppure di concentrarsi su un’esperienza più intima, in cui zona giorno e suite padronale convivono in un unico braccio dedicato.

Sul piano dei materiali, Neutra combina con maestria struttura in acciaio, elementi naturali – come il legno e la pietra arenaria impiegata per camini e muri di contenimento che radicano l’edificio al suolo – e ampie superfici vetrate. Queste pareti continue trasparenti instaurano un rapporto diretto con il giardino e le terrazze adiacenti; nel soggiorno una parete in vetro completamente scorrevole azzera la soglia tra interno ed esterno, resa ancora più continua dal pavimento con riscaldamento radiante che prosegue fino alla terrazza della piscina.

La Kaufmann House offre così un nuovo livello di continuità tra spazi interni ed esterni. La sequenza di “stanze all’aperto” include la gloriette in copertura: un ambiente riparato, semi ombreggiato e aperto sui lati, che diventa un belvedere sopraelevato, dotato di camino, per contemplare le montagne. Questo luogo intermedio, sospeso tra chiuso e aperto, aggira con intelligenza i vincoli urbanistici che limitavano l’altezza dell’edificio ed escludevano la possibilità di un vero secondo piano.

Il progetto di Neutra definisce un nuovo paradigma per quello che verrà definito “desert modernism”. La linearità del volume richiama l’International Style, ma la casa dialoga anche con l’architettura giapponese e con i pueblos-compound degli Stati del Sud, costruendo una nuova alleanza tra architettura e paesaggio.

La Kaufmann House diventa così il rifugio mid-century per eccellenza: una casa da sogno che incarna una visione compiuta e glamour della modernità. Negli Anni 90 l’abitazione è stata restaurata con grande rispetto dallo studio Marmol Radziner, che ne ha preservato il carattere essenziale aggiornando al contempo impianti e dotazioni per l’abitare del XXI secolo.

Questo articolo è estratto da The Book 32. Sfoglia il magazine