Sul corso del fiume Hawkesbury, in Australia, Marra Marra Shack di Leopold Banchini è un rifugio autosufficiente che restituisce voce alla materia e al paesaggio.
Un progetto essenziale e radicale, minimo e poetico, che unisce autocostruzione,
memoria e sostenibilità in un gesto architettonico discreto ma denso di significati
Tra i pendii boscosi del New South Wales e nella quiete sospesa del fiume Hawkesbury, non lontano da Sidney, nel 2020 l’architetto svizzero Leopold Banchini firma un progetto radicale, tra i più interessanti fra quelli realizzati negli ultimi anni. Marra Marra Shack, infatti, è un lodge che unisce autocostruzione, storia locale e sostenibilità in un gesto architettonico discreto ma denso di significati.
Non un’abitazione nel senso tradizionale, ma un esperimento sulla possibilità di vivere in ascolto della terra. Costruita sulle rive di Marra Marra Creek, nel territorio del popolo Darug, l’opera incarna la tensione poetica e politica che attraversa tutto il lavoro di Banchini: un’architettura “leggera”, autoconsapevole, che interroga il rapporto tra costruzione e ambiente, tra architetto e comunità.
Il sito, raggiungibile solo via acqua durante l’alta marea, ricorda la storia profonda di questo paesaggio: un tempo colonia agricola britannica, oggi spazio protetto di natura selvaggia. Banchini restituisce voce a quella memoria attraverso la materia stessa dell’edificio, interamente costruito con legni locali di recupero, provenienti dalla storia coloniale della regione.
«Lavorare con materiali trovati o di recupero è un atto poetico, non povero. Porta il tempo e il territorio dentro l’edificio» – Leopold Banchini
I pilastri portanti sono ricavati da antichi pali elettrici in Ironbark, un eucalipto australiano duro e compatto, mentre le travi di solaio e di copertura che disegnano la struttura sono in spotted gum, nome comune di una specie di eucalipto australiano molto diffusa, appartenente al genere Corymbia. Un legno duro, denso e resistente, caratterizzato da una vena irregolare e da macchie naturali – da cui il nome spotted – che gli conferiscono un aspetto vibrante e materico. All’interno mobili e dettagli utilizzano invece legno di trementina recuperato da un vecchio molo costruito dai primi coloni britannici sulle stesse rive.
Il progetto procede per sottrazione e aderenza al terreno. La capanna segue le forti pendenze del sito con una sequenza di gradoni che accompagnano la topografia verso l’acqua. L’interno è scandito da un unico grande vano aperto, incentrato su una finestra panoramica rivolta a nord, verso il corso del fiume. Divisa in due sezioni e azionata da contrappesi, la finestra si solleva fino a scomparire, dissolvendo letteralmente il confine tra spazio naturale e costruito. È il centro simbolico dell’abitazione: un diaframma mobile che trasforma l’architettura in estensione del paesaggio.
Dietro questa semplicità si nasconde una costruzione elaborata e complessa. Le fondazioni leggere sono ancorate direttamente alla roccia arenaria, senza ricorrere a massicci basamenti in calcestruzzo. I pannelli esterni in fibrocemento ignifugo proteggono la struttura dai frequenti incendi boschivi, mentre il tetto piano raccoglie acqua piovana ed energia solare, rendendo l’abitazione completamente autosufficiente. Tutto è concepito per minimizzare impronta ecologica, movimento di terra e consumo di materiali industriali.
Lo spazio interno, interamente rivestito in legno grezzo, è pensato come un dispositivo da abitare. Ogni dettaglio deriva da esigenze reali: le stanze laterali si aprono su un patio protetto dalla vegetazione, il camino sospeso definisce il fulcro della zona giorno, la terrazza sommitale offre una pausa tra le chiome degli alberi. Nessuna ambizione monumentale, solo la volontà di produrre senso attraverso la costruzione.
«Costruire è un atto fisico, collettivo e culturale. Ogni gesto dei costruttori deve avere senso, rispetto, bellezza: la forma nasce da questo processo» – Leopold Banchini
L’opera riflette con chiarezza la posizione teorica di Leopold Banchini, una delle voci più coerenti della nuova generazione di architetti europei. Nato a Ginevra nel 1981 e laureatosi in architettura presso l’EPFL Ecole Polytechinique Fédérale de Lausanne, Banchini rifiuta l’idea di una pratica fondata sul capitale e sulla permanenza, proponendo invece un’architettura sperimentale, mobile e relazionale. “Non penso mai al mio lavoro come a un fine in sé”, afferma. “Disegno strumenti per le persone, non oggetti da ammirare”.
In Marra Marra Shack, questa visione si traduce in un ritorno al gesto manuale: un progetto costruito come un tempo, con interventi diretti, materiali locali e partecipazione collettiva. È una casa che sembra provenire da una memoria anonima, e proprio per questo appare naturale, inevitabile.
Criticamente, questo lodge australiano si inserisce nel dibattito contemporaneo sull’architettura vernacolare reinterpretata. E Banchini la utilizza come atto culturale ed etico. Un modo per riconoscere che l’intelligenza costruttiva esiste anche fuori dal linguaggio accademico, nei gesti della tradizione orale, nei materiali riusati, nelle tecniche intuitive dell’autocostruzione. Così la capanna australiana diventa modello di un pensiero architettonico che riduce e condivide.
Alla fine, Marra Marra Shack è un’architettura ma anche una condizione, un equilibrio fragile tra forma, tempo e luogo. Inserita silenziosamente nella vegetazione, la casa sembra appartenere al paesaggio più che alla volontà di chi l’ha costruita. È il ritratto dell’architettura secondo Banchini: temporanea e sostenibile, autentica e condivisa.