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Quattro capanne

Un recente saggio del filosofo Leonardo Caffo invita ad abbracciare un modello di vita semplice, ecologico, non votato all’accumulo. A partire anche da una suggestione architettonica: il Cabanon di Le Corbusier

«Non c’è architettura senza filosofia». Si intitolava così un articolo del compianto Vittorio Gregotti pubblicato sul Corriere della Sera nel 2014. A distanza di anni quell’assunto è ancora più valido: non si tratta di elogiare un sapere di tipo di nozionistico, ma di auspicare, da parte dei progettisti contemporanei, una riflessione non autoreferenziale che, nel tenere conto delle enormi opportunità offerteci oggi dal progresso tecnologico, sappia delineare un nuovo orizzonte di senso per l’architettura e il design.

La direzione è già sotto gli occhi di tutti: i cambiamenti climatici hanno reso evidente che qualsivoglia approccio a queste discipline non possa più escludere il principio dell’equilibrio tra uomo e natura, così come il concetto di sostenibilità.

Ma ormai chiarito che l’umanità non è riducibile a una serie di bisogni fisiologici e utilitaristici, e superati sia il paradigma funzionalista sia il razionalismo modernista, che significato può assumere nel presente quel termine, “sostenibile”, così inflazionato da sfumare facilmente in uno slogan vuoto? Questione complessa, quel che è certo è che non si può rispondere alla domanda se non inquadrandola in una prospettiva filosofica e da questo punto di vista una lettura interessante è “Quattro capanne o della semplicità” (Nottetempo, collana Terra, 2020), saggio di Leonardo Caffo.

Il libro riunisce le storie di quattro uomini che a un certo punto della loro vita si sono costruiti un luogo di ritiro in modo simile: predisponendo delle architetture semplici, isolate o appartate

Partendo da un’idea di filosofia come “pratica di vita” non limitabile a mera teoria (e ben diversa dal filosofeggiare), e dalla convinzione che nuovi spazi abitativi possano dare il la – citando Heidegger – a nuovi modi di essere-nel-mondo, il libro riunisce le storie di quattro uomini che a un certo punto della loro vita si sono costruiti un luogo di ritiro in modo simile: predisponendo delle architetture semplici, isolate o appartate, dove sperimentare una quotidianità in armonia con l’ambiente e con l’essenza più autentica di quella che chiamiamo umanità.

Sono figure estremamente diverse tra loro e tra queste spicca Le Corbusier, che «ha già 64 anni quando, nel dicembre del 1951, in una trattoria della Costa Azzurra, disegna su un tavolo il progetto del Cabanon, una capanna sul mare che realizzerà l’anno successivo», e che una volta costruito il suo rifugio sulla spiaggia «comincia a comprendere che ciò che diventa sempre più interessante ai suoi occhi è lo spazio esterno alla costruzione, dove inizierà di fatto a trascorrere le sue giornate lavorando e adattando il terreno intorno alla casa ad area dedicata alla pittura, alla scrittura e alla progettazione».

Il libro parla di luoghi dove sperimentare una quotidianità in armonia con l’ambiente e con l’essenza più autentica di quella che chiamiamo umanità

Così racconta Caffo, descrivendo il gesto del grande architetto e urbanista, che in quella casupola in legno finì per trascorrere parte della sua vecchiaia, non come guidato da spirito di rivolta, né come via di fuga, ma come il punto di arrivo di un uomo di fama mondiale, con alle spalle una carriera di successi. Una sorta di “exit strategy”, verrebbe da dire, ed è qui che il discorso si fa puntuale per il mondo dell’architettura e del design: perché se, da un lato, la crisi climatica ha evidenziato l’urgenza di un cambio di paradigma in ogni ambito del fare, dall’altro questa svolta non può che avvenire nel contesto di una visione ampia che metta al centro la semplicità come modello di vita alternativo a quello antropocentrico e consumistico oggi dominante. 

«È per questo che la nostra storia culmina con un architetto – scrive Caffo –, perché nell’architettura di fatto c’è ancora una volta quel senso della vita che stiamo inseguendo”. E citando il saggio “Maniera di pensare l’urbanistica” dello stesso Le Corbusier, prosegue: «”Le attrezzature sono un prolungamento delle membra umane”, e così ciò che costruiamo diventa un’immagine sensibile, perché tangibile, di ciò che abbiamo pensato». Non è questione, allora, di aderire a un qualche sistema new age, né di promuovere un trend; la capanna può rappresentare, semmai, quello spazio simbolico e ideale in cui l’interrogativo su dove vogliamo andare non è più procrastinabile: nella semplicità di forme e materiali e nella continuità con l’esterno, indica la strada da imboccare, fungendo forse da monito, per ripensare la nostra civiltà e conseguentemente le nostre pratiche dell’abitare, del progettare e del costruire.