Sirgole è più di un ristorante, è un progetto di Alessandro Cesari che si legge con gli occhi ma si comprende attraverso la materia. Un’architettura che restituisce alla semplicità la sua potenza poetica, alla materia la sua voce e allo spazio il suo ruolo originario
Nel silenzio delle terre di Cutrofiano, tra le vene d’argilla che da secoli plasmano mani e mestieri, prende forma Sirgole: un ristorante immerso nel cuore della Puglia, dove architettura e materia diventano racconto. Una destinazione che non nasce come oggetto isolato, ma come continuazione di una struttura storica, un tempo masseria, oggi destinata all’ospitalità di charme. Il nuovo intervento non si aggiunge, si innesta. Lo fa con grazia, rispetto e ambizione, portando alla luce un progetto che sfugge alle mode per ancorarsi al paesaggio, alla terra, al tempo lento della cultura mediterranea.
Il progetto porta la firma dell’architetto Alessandro Cesari, professionista con radici nel restauro e una visione contemporanea dell’accoglienza in Puglia. La sua è un’architettura silenziosa e profonda, capace di tradurre il linguaggio vernacolare in una sintassi attuale, materica, poetica.
All’esterno, il ristorante si mostra come un involucro bianco e compatto, tagliato da aperture misurate e leggere. Le superfici, trattate con intonaci e pietra scialbata, restituiscono un’immagine senza tempo, dove la luce disegna volumi netti, quasi sospesi. Ma è entrando che lo spazio rivela la sua anima più profonda: un cuore d’argilla caldo, poroso, ancestrale.
Le pareti sono interamente trattate con intonaci d’argilla firmati Matteo Brioni, in una gamma cromatica terrosa e ovattata. La scelta non è estetica, ma geografica, culturale, identitaria: Cutrofiano è città della ceramica, territorio di cave e fornaci, e Sirgole ne raccoglie la memoria trasformandola in esperienza spaziale.
La narrazione architettonica si apre con una reception monolitica rivestita in argilla, con un bancone scultoreo in graniglia nera che emerge come una pietra lavica su un suolo calcareo. La luce è morbida, il tono è intimo. Da qui si accede alla sala principale: un’unica navata lineare, pavimentata in cocciopesto, dove le pareti salgono con continuità materica fino a incontrare le imposte delle aperture. L’effetto è quello di una grande struttura in argilla che sorregge con forza la porzione superiore, un corpo bianco, leggero.
Gli arredi, disegnati su misura, sono realizzati in legno naturale. L’essenzialità delle forme accompagna la matericità dei rivestimenti. Gli infissi, firmati Secco Sistemi, si distinguono per la loro struttura esile e precisa, un segno metallico sottile che dialoga per contrasto con la massa solida e materica dell’architettura, tanto esterna quanto interna. La loro leggerezza visiva amplifica il senso di profondità delle aperture, accentuando il rapporto tra interno ed esterno senza mai interrompere la continuità delle superfici. La luce filtra senza invadere, la percezione è di una domesticità antica e raffinata.
Dal ristorante si aprono due corti: la prima è una piazza aperta al cielo, ritmata da arcate simmetriche, la seconda, più intima, è disegnata da una quinta muraria con gelosie che proietta l’edificio oltre il suo confine reale. In questo falso volume, che estende il fronte come una scenografia silenziosa, si incastona una scala in muratura, elemento archetipico dell’architettura mediterranea: funzionale, scultorea, necessaria. Completano il progetto due camere riservate agli ospiti, immerse in atmosfere ovattate, con pareti in intonaco di calce beige, toni sabbia e bagni rifiniti con mensole in cocciopesto. Ambienti intimi, morbidi, progettati per offrire continuità materica e sensoriale all’esperienza del ristorante.