ARCHITETTURA
Villa Caffetto

Progettata negli Anni 70 da Fausto Bontempi nei pressi di Brescia, Villa Caffetto sfida
il brutalismo dell’epoca con un’interpretazione quasi decostruttivista. Creando composizioni volumetriche che sfidano ogni categorizzazione

È stata recentemente aperta al pubblico a Calcinato, in provincia di Brescia, la casa di Claudio Caffetto, per opera dell’Associazione Culturale Villa Caffetto fondata nel 2024 dalle eredi. Costruita alla fine degli Anni 70, la villa è un unicum nel suo genere, opera appassionata del committente e del progettista, al tempo giovani e interessati alla sperimentazione.

 Nel 1972, quando affida ad Antonio Bontempi l’incarico per la costruzione della villa, Claudio Caffetto ha trent’anni, è proprietario di Metalpilter – un’azienda artigianale di prodotti in peltro – attivo nelle associazioni di categoria e padre di due figlie. Coltiva sin da giovanissimo la passione per l’arte e l’architettura, tanto che ancora quattordicenne aveva trovato impiego come disegnatore nello studio di Bruno Fedrigolli, figura importante dell’architettura bresciana, autore, oltre che della sede della Camera di Commercio di Brescia (1967) e del Grande Magazzino di via Fratelli Porcellaga (1974), di villa Lorenzotti, pubblicata da Bruno Zevi nel 1968 su L’Architettura cronache e storia. È tramite Fedrigolli, che Caffetto entra in contatto con i più importanti artisti della scena bresciana.

Sempre nel 1972 l’architetto incaricato, Antonio Bontempi, ha trentasette anni, ed è laureato in Architettura a Venezia, dove ha seguito i corsi di Samonà, Belgiojoso, Albini e Scarpa, che sarà la figura centrale nella sua formazione. Caffetto immagina la villa come un luogo per l’esposizione delle proprie sculture e pitture, dove gli spazi propriamente domestici – per mangiare e preparare il cibo, riunirsi e riposare – sono, in proporzione al volume complessivo, di dimensioni molto ridotte. La villa dovrà essere ritrovo per artisti, e così sarà nel corso del tempo, frequentata fra gli altri da Gino Cosentino, Miguel Berrocal, Franco Grignani, Dada Maino, Delima Medeiros, Hsiao Chin.

Il progetto di Bontempi è un edificio che si scompone in frammenti tenuti insieme dal tessuto connettivo, tutt’altro che leggeri, fatti di calcestruzzo, legno e metalli, dove i percorsi – rampe, scale, ballatoi – sono protagonisti. La villa non ha una facciata né un piano principale e non offre dall’esterno un’immediata comprensione degli spazi interni, ma offre un’esperienza cinestetica: i suoi spazi si apprendono camminando, facendo qualcosa. Alcuni snodi sono fondamentali, come l’ingresso dove si affaccia la vetrata del percorso al piano superiore o il terrazzo di fronte alla camera principale, al quale si accede tramite un ponte molto esile.

Ogni esigenza è pretesto per la sperimentazione, compreso lo smaltimento delle acque piovane, che dà luogo a dispositivi vari ed espressivi. I riferimenti stilistici sono fra i più vari, da Le Corbusier a Scarpa. Per chi visita la villa, la prima piacevole sorpresa è il rapporto con il paesaggio, a partire dall’accesso, dove una rampa porta i visitatori al livello dell’ingresso, che è superiore al piano stradale, in modo che non ci sia bisogno di cancellate: lo sguardo può spaziare libero sull’ambiente circostante e si annulla l’effetto recinto tipico della villetta standard.

Il paesaggio è sempre presente negli ambienti interni, e magistrali sono i giochi che la luce fa nel corso delle ore del giorno e delle stagioni, grazie al disegno meticoloso delle aperture, di ogni tipo e con schermature differenti. Vi è poi quella confidenza con la libertà, caratteristica degli Anni 70 e andata via via perduta: ventilazioni a tutta altezza che si aprono direttamente in facciata, scale di ogni foggia, e persino due vani triangolari in calcestruzzo a vista nella camera delle bambine, che la padrona di casa fece – forse opportunamente – tamponare in un secondo tempo.

Oggi sembra inconcepibile alla maggioranza dei genitori, come le figlie di Claudio Caffetto esplorassero liberamente la casa, giocando a nascondino in un luogo con spazi così particolari. Libertà espressiva, sperimentazione, Calcinato, mi hanno fatto rileggere alcuni giudizi critici sulla prosa di Aldo Busi, figlio delle stesse terre nato a pochi chilometri di distanza. Torrenziale, vorticosa, articolata, a volte barocca, ma sempre pertinente e puntigliosa, e mi sembrano aggettivi pertinenti anche per Villa Caffetto. Genius loci bresciano?