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A casa di Axel Vervoordt

La patina del tempo, la tensione fra oggetti e culture, la bellezza – imperfetta e impermanente – che scaturisce da proporzione e armonia. Nel maniero di Axel Vervoordt l’equilibrio è ineffabile e lo spazio è più importante delle pareti che lo circondano

Ogni tanto nel pantheon degli interior designer emerge un nome davvero grande il cui stile distintivo lo pone in una categoria a sé stante e stabilisce gli standard che gli altri devono seguire. È così per il belga Axel Vervoordt. La sua influenza ha attraversato i decenni e ancora oggi è considerato uno dei progettisti più originali, nonché collezionista e mercante d’arte con una profonda conoscenza della storia e delle belle arti.

Come lui stesso racconta “Mi considero un collezionista e un mercante molto eclettico. Soprattutto amo ciò che è senza tempo e disdegno le mode. I miei gusti abbracciano secoli, culture, continenti. Mi piace la tensione tra oggetti diversi e culture lontane, e lascio sempre che gli spazi mi ispirino”. Le fondamenta del suo successo risalgono alla fine degli Anni 60 quando scoprì e comprò undici case rinascimentali nel quartiere di Vlaeykensgang, in un dedalo di stretti vicoli vicino alla cattedrale di Anversa.

Il suo approccio che mirava a preservarne il cuore e l’anima – molto lontano da ogni idea di restauro radicale – e i risultati sottili ma squisitamente belli che seguirono gli fecero guadagnare un riconoscimento immediato, a livello internazionale. Da allora, progetti – e successi – non si contarono più: sorprendenti, affascinanti, con uno stile unico per quei tempi, visto che Vervoordt era forse il maggiore esperto di wabi-sabi di tutto l’Occidente.

C’è qualcosa negli interni di Axel Vervoordt che sembra vivo e tuttavia completamente immobile. Concreto ma anche irreale… al di là di ogni logica apparente

Una conoscenza che gli derivava da una profonda sintonia con l’architettura giapponese e la filosofia zen. La vera bellezza, secondo lui, è imperfetta, incompleta e impermanente, autentica e fugace. Questa la sua interpretazione dell’estetica wabi-sabi, che ha contribuito a diffondere dapprima nel nord Europa e quindi in tutto il mondo occidentale. La sua straordinaria capacità di creare ambienti che sembrano trovati – e non creati – ha ispirato più di una generazione.

Eleganza dei materiali naturali, nobiltà ma senza sofisticatezza o artefazione, atemporalità e tradizione, ode dell’imperfezione e una vera e propria “adorazione” per la patina, il segno tangibile del tempo: questi i principi che definiscono i suoi progetti. Che si tratti di casa antica o di un moderno loft, Vervoordt rispetta l’anima dello spazio e ne rivela, con soavità, il potenziale.

Come scrisse nel catalogo di una mostra da lui curata a Palazzo Fortuny a Venezia: “Apprezzo i vecchi muri, i mobili non restaurati, tutto ciò che, nel suo stato originale, è stato trasformato dal tempo, ‘quel potente scultore’, come dice Marguerite Yourcenar. Apprezzo un vecchio muro tanto quanto un dipinto astratto”. Ma la sua cifra progettuale non nasce solo da un gusto impeccabile, al contrario si alimenta anche di una profonda conoscenza dell’architettura sacra e rinascimentale e dell’uso delle proporzioni e della geometria.

Come lui stesso spiega “Il concetto di proporzione è essenziale nella ricerca di equilibrio e armonia, è la chiave della felicità. Architettonicamente, l’uso delle proporzioni è un modo per creare silenzio e spazio, dove lo spazio stesso è più importante delle pareti che lo circondano”. Quindi tempo, proporzione e armonia, lì dove l’equilibrio diventa ineffabile. Perché è da questo equilibrio – studiato, ricercato e plasmato con sapere, metodo e rigore – che la bellezza si disvela, al di là di ogni logica.

Nelle sue creazioni, un muro di pietra segnato dai secoli può dialogare con un mobile moderno. E queste conversazioni tra passato e presente danno vita a spazi profondi ed equilibrati, mai banali

Nel punto esatto in cui tempo ed estetica – ma anche etica – si legano indissolubilmente fra loro per generare quel piacere che Kant definiva “puro e universale”. E questo suo stile colto e calibrato lo ritroviamo – quasi come un manifesto o una dichiarazione d’intenti – anche nel castello di Gravenwezel, un maniero del XII secolo che Axel e sua moglie May acquistarono nel 1984 per trasformarlo nella loro residenza.

Il loro più grande risultato è stato quello di dargli un senso moderno di magia e bellezza, che ben si addice a una dimora così maestosa e storica. Eppure, nonostante la grandiosità che li circonda, è prima di tutto la casa della famiglia Vervoordt, quindi conserva un’atmosfera intima e calda, caratterizzata da grandi finestre, stanze spaziose e caldi colori terrosi.

In tutto ci sono cinquanta stanze, ognuna decorata in uno stile diverso per esporre squisiti mobili antichi e dipinti inestimabili. Per chi ha un occhio attento ai dettagli c’è un profondo senso del passato che si rivela mentre ci si sposta da una stanza all’altra, secondo una narrazione sensibile e coerente. Ogni ambiente riflette la visione e l’estetica di Axel e May e il loro amore per il collezionismo.

Una sorta di mostra in continuo divenire di arredi, pezzi rari e oggetti d’arte sbalorditivi. Intenzionalmente non c’è un codice o un periodo che predomina, al contrario l’interno è un’affascinante ed eclettica combinazione di stili orientali e occidentali: dai vasi egiziani in pietra ai Buddha della dinastia Sung, dai bronzi rinascimentali a rari mobili del XVIII secolo fino ai dipinti astratti e minimalisti di celebri artisti contemporanei.

Un variopinto manifesto dello stile Vervoordt, dove nulla è passeggero o di tendenza, ma al contrario tutto è infuso di una bellezza universale e senza tempo e di una purezza intrinseca che consente allo spazio di rimanere contemporaneo e rilevante.

Al centro di tutto, ancora una volta, la venerazione di Vervoordt per la patina: “Simboleggia un’osmosi con l’universo, una sorta di arte astratta creata dal tempo”.

Questo articolo è estratto da The Book 29. Sfoglia il magazine