A Lecce, un palazzo barocco ospita la dimora dell’architetto Simona Marchetti. Condotto nel rispetto del contesto storico, il restauro ha richiesto ben dieci anni di lavoro, ma il risultato finale è un’ambientazione poetica e senza tempo. Che ripaga ampiamente l’attesa
Ciò che aveva in mano era un edificio risalente al 1600, ma con resti del 1300, in stato di totale abbandono. In tasca una grande esperienza nella progettazione di residenze, negozi e hotel, Simona Marchetti lo ha acquistato spinta dal fascino dei suoi preziosi ornamenti barocchi: l’idea di recuperare un palazzo così ricco di storia la entusiasmava, nonostante la sfida non fosse certo semplice.
In effetti non ci è voluto poco per approdare al risultato finale: dieci anni di lavori di ristrutturazione, oltre a importanti interventi di consolidamento resisi necessari per mettere l’immobile in sicurezza. Ma ne è valsa la pena, oggi Marchetti ha qui la sua oasi di pace: una casa che si presenta in tutta la sua eleganza, imperniata su un’interessante miscela di suggestioni architettoniche classiche quali gli splendidi soffitti ad arco, il pavimento in pietra leccese e un ampio terrazzo lasciato com’era, e soluzioni d’arredo moderne.
In questa cornice le pareti sono state trattate con calce naturale in modo da ottenere uno sfondo sabbioso, dalle sfumature morbide, vellutate, e un’atmosfera quasi monastica. Un senso di calma pervade gli spazi, dove si coglie facilmente la passione di Simona per le lampade d’autore, rese protagoniste di ambientazioni concepite nel rispetto della storia che si respira tra queste mura, assieme ad altri pezzi di maestri del design, elementi su misura, arte contemporanea e antiquariato.
“Mi piace abbinare oggetti di epoche diverse raccolti negli anni”, spiega l’architetto, anche curatrice e art director di mostre ed eventi, che per questo appartamento ha disegnato molti mobili di suo pugno. È il caso del tavolo color crema nel living, accompagnato da sedie MR10 in rattan di Mies van der Rohe, vere icone Anni 70.
In quest’area, tra un candelabro, un vassoio in ottone e una fotografia di Carmen Mitrotta, l’attenzione ai dettagli è evidente proprio nelle scelte di illuminazione: si va dal lampadario Poliedri di Carlo Scarpa alla lampada da tavolo ASIC di Franco Albini e Franca Helg, mentre in salotto sono lo Sputnik di Gaetano Sciolari, la Chimera di Vico Magistretti e Taccia di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, in vetro soffiato opalino e alluminio, a illuminare l’insieme. Ambiente arredato, per il resto, con un raffinato divano Cappellini e uno specchio in cui si riflette un dipinto di Roberto Ruspoli, fautore di reinterpretazioni contemporanee del mondo classico.
Come mostrano il moderno baldacchino sotto le travi di legno a vista all’ultimo piano e i profili metallici delle porte-finestre, un aspetto notevole di questo restauro è l’equilibrio tra passato e presente. All’interno di un involucro sontuoso, si è deciso di puntare su tavolozze cromatiche e materiche neutre, oltre che su una purezza delle forme e delle linee tipiche del minimalismo. Per un’armonia decisamente senza tempo.