Centro nevralgico della produzione tessile borbonica, un ex lanificio rinasce come esempio vivo di archeologia industriale e atelier creativo. Grazie al progetto di rigenerazione urbana
di Antonio Martiniello, founder dello studio Keller Architettura
L’ex Lanificio Santa Caterina a Formiello, nel cuore di Porta Capuana a Napoli, è stato per secoli il fulcro della produzione tessile del Regno delle Due Sicilie. Oggi rappresenta un esempio emblematico di archeologia industriale, trasformandosi in un atelier segreto frequentato da artisti e designer internazionali. Per l’architetto Antonio Martiniello, che dal 2010 ne guida il restauro, questo luogo assume un valore personale profondo. Il suo intervento non è solo un recupero architettonico, ma un’autentica operazione di rigenerazione urbana, capace di valorizzare la memoria storica e, al tempo stesso, restituire il complesso alla vita sociale e culturale del quartiere.
Dopo un articolato processo di riqualificazione, il sottotetto di uno dei bracci del chiostro dell’antico lanificio borbonico torna oggi a nuova vita. L’intervento, curato dallo stesso Martiniello – founder dello studio Keller Architettura – si inserisce nel contesto del New European Bauhaus, movimento promosso per sviluppare modelli abitativi sostenibili, accessibili e inclusivi, attraverso l’integrazione di arte, design e innovazione sociale. Nel corso degli anni, grazie a un intervento urbano articolato, Martiniello ha restituito – e continua a restituire – gli antichi spazi del “fare” al tessuto del quartiere.
“Il restauro è stato particolarmente impegnativo, soprattutto per quanto riguarda le capriate in castagno, che era fondamentale preservare”, racconta Martiniello. “Abbiamo ridotto al minimo l’impiego di materiali ad alto impatto ambientale, un approccio che si è rivelato anche un’occasione per educare artigiani e maestranze locali a pratiche più sostenibili”.
Nel rispetto della spazialità originaria – che si è sviluppata tra il XVI e XVIII secolo – il progetto valorizza un unico volume di trecento metri quadrati, dominato da capriate alte fino a cinque metri. Per preservarne la visibilità ininterrotta, Martiniello ha inserito due volumi più bassi – le cosiddette “casette” – che definiscono lo spazio aperto e ospitano servizi, un deposito e una camera oscura. “La cucina e la camera oscura” prosegue l’architetto “sono spazi di mediazione sociale, luoghi di incontro per i giovani.
Questa casa è il mio manifesto di rigenerazione urbana: un luogo che valorizza la diversità culturale attraverso un dialogo continuo tra comunità locali e internazionali”. Il cuore del progetto risiede nell’edilizia inclusiva e nell’educazione alla bellezza, trasformando spazi dismessi in ambienti vivi e accoglienti. Elemento distintivo è la ricerca curata dei pezzi d’arredo: da Jimmie Durham a Vico Magistretti, da Norma Maccw a Judith Hopf, da Gaetano Pesce a Rosy Rox, gli ambienti si arricchiscono di riferimenti artistici e icone del passato. Un approccio che celebra la cultura del design e sensibilizza visitatori e giovani al valore estetico e simbolico degli oggetti.
Il progetto si inserisce in una visione più ampia in cui l’architettura diventa strumento di coesione sociale, dialogo interculturale e costruzione di città più eque e sostenibili. Una visione che trova corrispondenze in esperienze internazionali come Le Grands Voisins a Parigi – dove un ex ospedale è stato riconvertito in un villaggio umano inclusivo – o nei progetti di Shigeru Ban, che ha realizzato alloggi per rifugiati e vittime di disastri naturali.
Con questo progetto etico, Officina Keller dimostra che la rigenerazione urbana non è solo un’operazione tecnica, ma un processo umano e relazionale. Un laboratorio di innovazione sociale che educa alla bellezza e alla sostenibilità, e che si propone come modello replicabile per un futuro più inclusivo.
Questo articolo è estratto da The Book 28. Sfoglia il magazine