INTERVISTE
De.Tales

A soli cinque anni dalla fondazione di De.Tales, Igor Rebosio e Giuseppe Varsavia firmano progetti hospitality in tutto il mondo. Guidati da un approccio misurato che restituisce all’architettura il suo senso profondo

La visione dello studio De.Tales è già inscritta nel suo nome. Tales, storie: un invito a concepire la progettazione come un gesto narrativo, simile alla scrittura o alla lettura, in cui ogni progetto è una trama da immaginare, interpretare e riscrivere con mente aperta. È un’immagine densa, evocativa, che accompagna il lavoro di Igor Rebosio e Giuseppe Varsavia, a capo dello studio dal 2020, e che ben descrive la loro idea di architettura come processo creativo in costante divenire. I progetti firmati da De.Tales – dal Radisson Collection di Parigi, di prossima apertura, al restauro del Belmond Grand Hotel Timeo a Taormina, dalle Four Seasons Private Residences a Marrakesh fino alle luxury guestroom dell’Augustus Hotel & Resort, dentro Villa Radici – si distinguono per un’eleganza composta, uno stile prismatico e un’attenzione chirurgica al contesto, ai luoghi, alle persone.

In un panorama spesso guidato dalla ricerca dell’immagine o dall’ossessione per l’identità, De.Tales segue una traiettoria diversa: quella di una progettazione concreta e profondamente umana, che si fonda su un sapere tecnico solido, ma anche su una visione riflessiva del mestiere. Ogni committenza è un mondo a sé, ogni progetto una grammatica nuova: mai ripetitiva, mai vincolata a formule. Un approccio reale, esatto, senza manierismi; aperto alle contaminazioni, ma ancorato al senso. Perché, come scrivono nella loro presentazione: “De.Tales interpreta ogni progetto come un racconto su misura per il cliente, facendo della creatività un processo, non un risultato”.

Inizierei da qui. Avete voglia di spiegare questa frase?

Operiamo nella consapevolezza di fare parte di un’industria, e per questo sviluppiamo una visione progettuale di sostanza, adattabile alle circostanze. Da questa prospettiva pragmatica, ortodossa, la creatività assume un nuovo aspetto: non è più il fine ultimo, ma uno strumento a servizio di persone, realtà, situazioni, per offrire soluzioni ragionate e consone. Noi abbiamo competenze, conoscenze, esperienza, ma tutto questo non sarebbe nulla senza un pensiero guida, una direzione e un obiettivo strategico precisi, che nel nostro caso coincidono con il pensiero della committenza. Il resto è marketing, non progetto. Questo nostro approccio non nasce in risposta a una richiesta esterna o a una scelta di mercato, ma è frutto della nostra indole personale: siamo due persone a cui piace ascoltare, comprendere, tradurre. È alla base del nostro modo di essere. Non volevamo snaturarlo.

Rinunciare all’ego creativo per mettersi al servizio di un brand non è una costrizione?

Al contrario. Innanzitutto perché non rinunciamo al nostro ego creativo: semplicemente abbiamo scelto di non metterlo a servizio del nostro protagonismo. Perseguire a tutti i costi la riconoscibilità della propria firma è una corruzione moderna della professione di architetto. Avere una propria immagine definita è, secondo il nostro modo di vedere, la vera costrizione. Così, invece, puoi essere libero di sperimentare, di cambiare, e i nostri collaboratori possono fare altrettanto, senza la preoccupazione di dover rispettare a tutti i costi un nostro tracciato. C’è molta più spontaneità. Facciamo un paragone con l’arte: fino al Novecento, diciamo fino a Duchamp, gli artisti vedevano l’arte come qualcosa che assumeva un significato nel momento in cui incontrava lo sguardo di qualcuno. Era arte al servizio delle persone, che non poteva esistere senza qualcuno disposto ad apprezzarla. Poi gli artisti hanno iniziato a fare arte per esprimere il proprio ego, per mostrare al mondo chi sono, come vedono, cosa pensano. L’arte è diventata autoreferenziale e, ai nostri occhi, meno interessante. Ecco, questo pensiero noi lo riportiamo alla progettazione: il nostro lavoro deve esprimere messaggi, sensazioni, perseguire obiettivi; non può e non deve essere una sterile proiezione del nostro ego. Che poi, attenzione: essere plastici non significa essere assertivi o non avere un proprio marcatore stilistico: pensiamo che la nostra personalità si possa comunque dedurre molto bene, come comune denominatore, osservando i nostri progetti. Questo nostro modo di lavorare noi lo chiamiamo, con un po’ di ironia, “modalità sottomarino”.

Quando ci si deve reinventare sempre, come si tiene accesa la fiamma? Come si evolve?

Siamo curiosi di tutto, ma patiti di niente. Viaggiamo parecchio. Evitiamo le emulazioni. Cerchiamo di non contaminare troppo la nostra sorgente. La vera innovazione nasce dal vuoto: se ti riempi troppo la mente, rischi di fare un lavoro di ricomposizione, non di creazione. Che forse è un po’ il problema di oggi: quello dell’inquinamento iconografico, dell’iperstimolazione. Ai collaboratori di De.tales diciamo “Se dovete disegnare una sedia, non cercate ispirazione tra le sedie. Guardate i fiori”. Le idee nuove nascono così.

Parliamo di progettazione di hotel…

Un hotel non è solo un insieme di stanze, ma un sistema complesso fatto di accessibilità, user experience, micro-rituali, estetica, flussi operativi, consumi. Progettare per l’hospitality prevede conoscenze di architettura, di impianti, di back of house. Può essere tutto magnifico, ma se poi l’ospite non sa come usare il soffione della doccia è un problema. Se non c’è spazio per il personale ai piani è un problema. A tutto ciò bisogna aggiungere le necessità variabili del committente, da trasformare nella crasi di budget, tempistiche, stile, obiettivi. Fortunatamente, siamo un gruppo capace di tenere insieme gli aspetti pragmatici ed economici dei progetti con quelli emozionali. Siamo progettisti atipici, molto attenti ai budget e agli aspetti tecnici, che in alcuni casi superano per importanza le necessità di brand e d’immagine. Internamente cambiamo spesso i gruppi di lavoro di modo che ci sia scambio culturale tra colleghi, con specializzazioni e competenze diverse e complementari. Quando necessario, tuttavia, ci affianchiamo anche a professionisti esterni con competenze verticali: non è fondamentale – ed è forse utopico – saper fare tutto; a volte basta sapere chi attivare per ottenere il risultato migliore.

Non c’è un racconto senza qualcuno che lo ascolti. Qual è il vostro rapporto con l’ascolto?

Non c’è un progetto senza un cliente, è chiaro. Entrare in empatia è fondamentale: è una parte nella quale crediamo ancora molto. Rende tutto più profondo, più personale, più coinvolgente. Accende quella fiamma che ti dà la forza di andare personalmente in cantiere, sporcarti le mani. Se non entri nell’intimità del cliente non puoi scovare i suoi pensieri e le sue paure. Perché alla fine bisogna fare anche quello: esorcizzare le paure, muoversi evitando ciò che non piace. È un lavoro lento, ma stimolante. E non lo scambieremmo con nessun altro.

Questo articolo è estratto da Guest 37. Sfoglia il magazine