In India, Renesa Architecture firma un ristorante che traduce l’estetica giapponese in un linguaggio contemporaneo. Modellato da interni in pietra e arredi dalle forme organiche
Nel quartiere di Vasant Vihar, a New Delhi, il ristorante Call Me Ten, progettato da Renesa Architecture Design Interiors Studio, reinterpreta i principi del minimalismo giapponese attraverso un linguaggio contemporaneo.
Il locale occupa una superficie di circa 560 metri quadrati e costruisce il proprio racconto attorno al concetto di sottrazione. Lo studio si ispira ai valori fondanti dell’estetica giapponese – semplicità, armonia e relazione con la natura – per dare forma a interni essenziali.
Alla base del progetto si trova il concetto giapponese di ma, l’intervallo che definisce il rapporto tra pieni e vuoti. Da qui nasce una composizione misurata, dove linee nette, volumi morbidi e tonalità neutre generano un ambiente raccolto e raffinato.
Il piano inferiore ospita l’area principale dedicata alla ristorazione e al bar. Qui pareti scolpite e superfici sinuose definiscono un paesaggio interno in continuo movimento, nel quale le curve accompagnano i percorsi e guidano naturalmente lo sguardo. I pavimenti in cemento lucidato riflettono la luce con discrezione e dialogano con il calore del legno, la matericità della pietra naturale e le superfici in terrazzo dai toni scuri.
La palette si sviluppa attraverso contrasti calibrati: superfici fredde e texture calde, finiture lisce e materiali più tattili convivono in un insieme coerente e stratificato. In alcune aree, mosaici ceramici realizzati a mano aggiungono profondità e una percezione più immediata della materia. Come spiega Sanchit Arora, architetto dello studio: “Il loro calore bilancia la palette più fredda di acciaio e pietra”.
I riferimenti alla cultura giapponese emergono con discrezione. Le partizioni ispirate agli shoji filtrano la luce e definiscono passaggi leggeri tra gli ambienti, mentre la distribuzione degli spazi richiama la logica compositiva dei tatami, introducendo un senso di ordine e intimità.
Una scala conduce al mezzanino, dove il progetto assume una dimensione più raccolta. Qui trova posto una sala privata concepita come un rifugio all’interno del ristorante. Partizioni curve, superfici stratificate e una maggiore sensazione di protezione definiscono uno spazio che conserva il legame visivo con il livello inferiore, offrendo al tempo stesso un’esperienza più riservata.
La luce svolge un ruolo centrale nella definizione dell’identità del progetto. Installazioni luminose scultoree introducono punti focali che animano gli interni attraverso geometrie sospese e giochi d’ombra in continua evoluzione. Durante il giorno la luce naturale valorizza le qualità materiche delle superfici; nelle ore serali, invece, l’illuminazione artificiale accentua profondità e contrasti.
Tra gli elementi più riconoscibili spicca il bancone del bar, concepito come un monolite in acciaio inox spazzolato che interrompe volutamente la continuità della palette naturale. La sua presenza riflettente introduce una nota contemporanea e quasi teatrale. “È una rottura deliberata, un palcoscenico per il teatro della mixology”, osserva Arora. La superficie metallica cattura la luce e restituisce immagini sempre diverse, amplificando il dinamismo dello spazio.
Tavoli in legno massello, sedute imbottite rivestite in pelle e tessuti bouclé e linee essenziali completano gli interni. “Il contrasto tra materiali duri e morbidi riflette il dialogo più ampio che caratterizza Call Me Ten: una struttura rigorosa che incontra il comfort e il piacere dell’esperienza”, sottolinea ancora Arora.
Il nome stesso del progetto racchiude il tema della dualità che attraversa l’intervento. “L’idea gioca contemporaneamente con il mistero e con l’ironia”, racconta il progettista. “Si parte dal livello zero, accogliente e luminoso, caratterizzato da tonalità beige pensate per il dining durante il giorno, per poi salire al livello uno, dove gli interni grigio antracite costruiscono un’atmosfera più intensa e serale. Giorno e notte, zero e uno: insieme formano dieci”.