SpActrum costruisce un’architettura mimetica e intermittente. Un cluster di cottage sospesi nel bosco che rinuncia all’iconicità per lavorare sulla soglia tra presenza e dissoluzione
Nell’area montuosa di Hangzhou, in Cina, nasce Houses of Stealth – Tonglu Senbo Resort, un intervento di rigenerazione di una struttura ricettiva concepito dallo studio di architettura SpActrum come cluster di cottage indipendenti. Il progetto prende vita dal concetto di “stealth”, cioè di presenza silenziosa dell’architettura nel territorio. Non un’integrazione paesaggistica in senso tradizionale, ma una riduzione intenzionale della leggibilità dell’oggetto architettonico.
Il resort precedente era composto da una serie di chalet in stile thailandese ormai in disuso. SpActrum decide di non sostituire semplicemente le architetture con nuove unità abitative, ma di partire dall’unico elemento giudicato riuscito nel complesso originario: la crescita spontanea della foresta sviluppatasi negli anni attorno agli edifici.
Da qui deriva la scelta più radicale del progetto: conservare gli alberi esistenti, sollevare i percorsi dal terreno per non turbare l’ecosistema, frammentare la presenza costruita e utilizzare volumi neri opachi, che assorbono luce e profondità visiva. Il sistema di passerelle leggere in acciaio e legno che li collega rimane separato dal suolo, riducendo l’impatto sulla morfologia e la vegetazione. Gli spazi tecnici vengono nascosti sotto le piattaforme.
I nuovi cottage assumono una geometria pentagonale, modificata tramite tagli obliqui che producono volumi inclinati. Lo studio cita esplicitamente il Gömböc, il solido matematico auto-raddrizzante, per descrivere questa oscillazione tra equilibrio e instabilità. Il risultato evita sia il linguaggio pittoresco del “rifugio nella foresta”, sia il minimalismo neutro tipico di molta ospitalità contemporanea. I volumi sembrano piuttosto oggetti compressi e deformati dalla foresta stessa.
Interessante anche il lavoro sulle aperture: tagli verticali negli spazi a doppia altezza, finestre orizzontali basse che trasformano il paesaggio in una sequenza quasi cinematografica, dispositivi che controllano privacy e visuali senza ricorrere a schermature aggiunte. Il progetto funziona soprattutto nella costruzione percettiva del percorso. I volumi compaiono e scompaiono lungo le passerelle, creando un organismo architettonico che rinuncia deliberatamente alla visione d’insieme.
C’è però anche un’ambiguità interessante. Da un lato, la retorica della “scomparsa” è in parte contraddetta dalla forte riconoscibilità formale dei cottage. Volumi neri, sfaccettati, con un’impronta scenografica da installazione immersiva. Dall’altro, il progetto evita due derive tipiche, la mimetizzazione totale e la creazione dell’oggetto iconico, scegliendo invece un’architettura che lavora sulla soglia tra riconoscibilità e dissoluzione.
I materiali sono ridotti a un repertorio quasi monocromatico. All’esterno domina un rivestimento ligneo nero opaco, che accentua l’effetto di assorbimento della luce e rende i volumi meno leggibili tra gli alberi. La scelta evita qualsiasi naturalismo mimetico basato su legno a vista o cromie terrose: il progetto non cerca di somigliare alla foresta, ma di arretrare percettivamente fra gli alberi.
Gli interni lavorano per contrasto rispetto all’involucro. Gli spazi sono rivestiti prevalentemente in legno chiaro, con una luce naturale filtrata da aperture calibrate che costruiscono sequenze visive molto precise. L’arredo integrato e la riduzione degli elementi decorativi rafforzano questa atmosfera. Più che produrre un’esperienza luxury in senso convenzionale, il progetto costruisce ambienti dove la foresta appare come una presenza mutevole.