Un’esplosione di rosso a due passi da Jaipur. È il nuovo boutique hotel Villa Palladio, una wunderkammer che mescola rococò, esuberanza maharaja e stile indo-moghul
Brulicante ed esotica, la Città Rosa trabocca di palazzi, templi e giardini. Soprannominata così per il colore della facciate delle case costruite in arenaria rosa, Jaipur è il capoluogo dello stato indiano del Rajasthan. Ma è lontano dal suo fermento urbano, nella zona rurale ai piedi dei Colli Aravalli, che l’imprenditrice italo-svizzera Barbara Miolini e la designer olandese Marie-Anne Oudejans hanno trasformato una casa tradizionale indiana – un haveli – nel retreat di charme Villa Palladio, modellato sul concetto ottocentesco di ‘Grand Hotel’.
Reduci da una prima collaborazione di successo, per questo boutique hotel di lusso le due creative hanno deciso di osare senza remore, ispirandosi all’esuberanza e alla decadenza dei maharaja, allo stile italiano rococò e a quello indo-moghul. L’architettura neoclassica di Andrea Palladio, razionale e concisa, caratterizza gli esterni del palazzo, rivestiti di un bianco abbacinante, con tanto di fontana in arenaria e torrette di marmo scolpito, ma l’apparenza inganna.
Gli interni, infatti, sono il trionfo assoluto del massimalismo e dell’uso spregiudicato di un unico colore: il rosso, declinato nelle sue mille sfumature, dal rosso rubino a quello ciliegia, dal bordeaux al cremisi, ispirato alle vesti cardinalizie, fino alla pittura scarlatta che fodera le pareti, animate da decori floreali e animalier. Intrecci di palme, foglie, boccioli, galli e orsi, oltre a motivi caleidoscopici azzurri, bianchi e verdi, si stagliano in contrasto con i pattern grafici dei pavimenti: scacchiere in marmo locale rosso, bianco e nero, tagliato e posato manualmente. La tinta dominante si insinua persino nella biblioteca, con la sua collezione di volumi ricoperti in carta rossa.
Dai soffitti rosa e rossi a doppia altezza della hall discendono applique barocche in ottone, mentre la luce naturale filtra attraverso gli schermi jaalis in marmo scolpito a mano. Da qui, percorrendo un corridoio color caramello, si giunge agli alloggi – nove tra camere e suite – in cui si affastellano letti a baldacchino rossi con bordi smerlati, lenzuola ricamate, pavimenti intarsiati, pareti riccamente decorate con tonalità audaci ed esuberanti. Tra le stanze a disposizione, le quattro Torri Belvedere godono di una posizione privilegiata. Situate nelle ex torri di avvistamento della struttura e dotate di camere da letto ottagonali, soffitti altissimi e terrazze private si affacciano direttamente sui roseti circostanti.
L’hotel, infatti, è recintato da due giardini piantumati con palme, gelsomini, ibisco, mandorli e melograni, opera dell’architetto paesaggista Aude de Liedekerke. Quello frontale simula il tipico giardino persiano a quadrilatero – Charbagh – mentre dietro l’edificio si sviluppa uno spazio più intimo e riservato, un secret garden dotato di pool house con archi smerlati e colonne a strisce rosse e bianche, un pavilion bar, una spa dove si svolgono rituali purificatori tibetani e un eremo per sessioni di yoga e meditazione.
Infine, artigiani locali, intagliatori, sarti e maestri tappezzieri sono stati coinvolti nella creazione di arredi e complementi su misura, dai ricami su cuscini, tovaglioli e lenzuola alla lavorazione manuale di sedie in metallo e tavoli in legno. Il mix è inebriante e glamour, colmo di charme, dal barocchismo a tratti stordente ma mai soffocante. Uno stile sopra le righe che ipnotizza gli ospiti con un’atmosfera ebbra e sontuosa e un massimalismo imperioso e seducente.