A Milano, la Galleria 10•Corso•Como dedica una mostra a Jannis Kounellis, presentando un’unica, potente installazione, che abita lo spazio come un segno di assenza e testimonianza
Dal 13 maggio al 16 giugno, la Galleria di 10·Corso·Como a Milano rende omaggio al maestro dell’Arte Povera Jannis Kounellis con un progetto speciale a cura di Alessio de’ Navasques e realizzato in collaborazione con la Galleria Fumagalli. Negli spazi ripensati di 10·Corso·Como – un tempo ambienti industriali – si inserisce il linguaggio forte e rigoroso di uno dei più grandi artisti del XX secolo. Un invito alla riflessione e al silenzio: lo spazio bianco della Galleria si trasforma in un teatro essenziale, in cui il visitatore è protagonista.
La drammaturgia è costruita da un’unica grande installazione, realizzata dall’artista greco nel 2009, composta da settanta cappotti neri disposti come macchie e tracce del passato, un dispositivo potente e silenzioso di introspezione. In un presente segnato da profondi sconvolgimenti politici e sociali, in cui tornano al centro del dibattito mondiale le migrazioni, gli spostamenti e la condizione dell’essere umano in transito, l’opera si impone come un invito ad arrestare il passo e guardare oltre la superficie.
Kounellis ha attraversato luoghi non convenzionali dell’arte – chiese, garage, ruderi, ex spazi industriali – portando la pratica espositiva fuori dai musei e dalle gallerie, verso una dimensione pubblica e condivisa. Nel grande spazio bianco della Galleria, l’installazione si compone di una sequenza serrata di cappotti: oggetti che conservano la traccia materiale e immateriale di chi li ha indossati, diventando segni di assenza, presenza, testimonianza e memoria. Non semplici indumenti, ma tracce di vite vissute, portatrici di storie individuali e collettive, simboli di protezione, vulnerabilità e movimento.
Nel contesto di 10·Corso·Como, luogo legato alla cultura visiva, alla moda e all’incontro tra discipline artistiche, il cappotto assume significati stratificati. L’opera invita a sospendere il giudizio e a riflettere sull’abito come testimonianza del tempo: elemento carico di riferimenti culturali, legato alla tradizione letteraria di Gogol e Dostoevskij e al cinema neorealista, allegoria di nomadismo e diaspora, potente portatore di storia sociale. In questa installazione si fa macchia, calco, corpo e sudario, abbracciando insieme dimensione sacra e dimensione sociale.