Passata alla gestione del gruppo Italian Radical Design, la produzione del collettivo
di Sottsass & Co. è più viva che mai. E ora pesca tra le opere progettate
dai suoi autori in quegli anni formidabili
Se non fosse che ne tirano su di meravigliosi da quasi cinquant’anni, bisognerebbe innalzare a quelli di Memphis – ora Memphis Milano, brand del gruppo Italian Radical Design che ha rilevato i diritti delle collezioni di Sottsass & Co. – una moltitudine di totem e di monumenti, uno per ogni volta in cui un Casablanca, un Flamingo, un Kristall, un Tahiti ci hanno provocato quella scossa che dalla pelle scava giù giù fino all’anima per risalire e far zampillare gli occhi. L’ultima di queste scosse ha una data precisa: 8 aprile 2025, apertura del 63esimo Salone del Mobile di Milano, ma potrebbe essere benissimo un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi tornando indietro fino al 1981, quando dal cenacolo messo su da Ettore Sottsass con colleghi come Michele De Lucchi e Nathalie Du Pasquier, Andrea Branzi, Shiro Kuramata e molti altri iniziano a uscire arredi vagamente antropomorfi e coloratissimi a cui poter parlare. E che, soprattutto, rispondono.
Ai Mosè di Memphis non manca la parola, e questa magia è ancora intatta quarantaquattro anni dopo, adesso che è il gruppo di Sandra e Charlie Vezza a mandare avanti la macchina gioiosa messa in moto la sera dell’11 dicembre 1980 nel soggiorno milanese di casa Sottsass. Rileggiamola, questa storia che ha cambiato le carte in tavola al design dimostrando una volta per tutte che l’emozione è la vera funzione. Sottsass invita i colleghi designer e architetti a discutere su nuove forme espressive. Il nome Memphis arriva dalla città del Tennessee dove è nato Elvis Presley e dalla capitale dell’Antico Egitto (e, forse, dal fatto che l’allegra brigata cenasse col sottofondo di Memphis Blues Again di Bob Dylan).
Il 19 settembre dell’anno dopo, alla galleria Arc ‘74 sono esposti cinquantacinque pezzi tra mobili, lampade e oggetti in ceramica. Tre mesi dopo, più di quattrocento testate mondiali celebrano il successo di Memphis. La fortuna commerciale non è uguale a quella di critica e stampa, e Memphis resta un fenomeno di nicchia, un game changer più da rivista che da mercato che un po’ fatica a capire la scelta di impiegare per quella rivoluzione il laminato, il più negletto e povero dei materiali per il design e l’architettura.
Quella che apre al pubblico due mesi fa a Rho è, invece, The Memphis Room, un progetto espositivo, a cura di (Ab)Normal, che esplora due concetti chiave: archivio e rinnovamento. “Per Memphis, il rinnovamento non è un semplice aggiornamento del passato, ma un processo di reinterpretazione: le sue creazioni mantengono intatta la loro forza espressiva e contemporaneità in un continuo ritorno al nuovo”, spiegano dal team Vezza. “Allo stesso modo, l’archivio non è una raccolta statica di memorie, né una rilettura nostalgica del passato, ma una riaffermazione dell’originalità di Sottsass e compagni, creando nuove connessioni e chiavi di lettura”.
Ecco allora che per la prima volta dal 1981 Memphis apre il suo catalogo a creazioni disegnate dai membri originali del collettivo tra il 1981 e il 1986, introducendole al pubblico in ambientazioni domestiche che sfidano le convenzioni e invitano a nuove possibilità di interpretazione. C’è Venezia, disegnato da Ettore Sottsass per la casa milanese condivisa con Barbara Radice, un tavolo realizzato tra il 1978 e il 1980 e che anticipa il linguaggio di Memphis. C’è Dorian & Ionian di Michele De Lucchi, disegnato nel 1985 per la rivista Donna, uno specchio da tavolo, poi evolutosi nei modelli Dorian e Ionian.
C’è, ancora, Sheraton di Luigi Serafini, possente e surreale specchio-architettura che sfida la gravità e la percezione dello spazio con la sua struttura monumentale. E poi Century di Andrea Branzi, che reinterpreta la chaise longue unendo funzionalità e ironia, Westside ancora una volta di Sottsass che s’ispira alle sedute Biedermeier viennesi con un divano e una poltrona dalle forme rigorose e dai colori vibranti.
La storia continua dunque per come è iniziata, nel segno di un design che ancora vuole rispecchiare una società complessa, dove non basta più che un oggetto sia solo “funzionale”: l’oggetto viene caricato di significati simbolici, poetici, affettivi. Le cose non sono mai soltanto cose, avrebbe detto Andrea Branzi. E Memphis Milano è ancora qui con noi a raccontarcelo.
Questo articolo è estratto da The Book 28. Sfoglia il magazine