Fotografia come resistenza all’omologazione dell’immaginario domestico. È questa la cifra di Thomas Pagani, con un obiettivo chiaro: distaccarsi dall’immaginario troppo costruito e renderizzato del design
Thomas Pagani è in un momento di trasformazione. Con numerose collaborazioni con i principali brand italiani dell’arredo all’attivo, il fotografo sente l’esigenza di allontanarsi da un’estetica sempre più vicina al rendering e alla simulazione digitale. Cerca immagini “più sporche, più crude”, vicine ai linguaggi dell’editoriale di moda, introducendo riflessi, movimento e imperfezioni costruite direttamente in fase di scatto.
«Il prodotto si deve leggere, certo, però si possono dare piccoli accenni di qualcosa che vada verso una versione più creativa». L’obiettivo è chiaro: «Voglio distaccarmi dall’immaginario troppo costruito e renderizzato del design».
La questione che emerge dalla conversazione riguarda un tema più ampio. Oggi rendering e intelligenza artificiale sono entrati stabilmente negli strumenti di comunicazione delle aziende. La loro diffusione ha reso più facile produrre immagini impeccabili, coerenti e controllate.
Proprio per questo la fotografia è chiamata a ridefinire il proprio ruolo. Non tanto come alternativa tecnologica, quanto come pratica capace di introdurre interpretazione, esperienza e presenza. «Quando sei dentro uno spazio e vedi le cose attraverso un obiettivo non è mai la stessa cosa che costruirlo in 3D».
Per Pagani il valore della fotografia continua a risiedere nel rapporto fisico con lo spazio, nella capacità di osservare, scegliere, escludere e costruire una visione. «Il tentativo è quello di rafforzare l’artigianalità della fotografia, lavorando già in fase di scatto con luce, filtri, atmosfera e realismo».
La sua formazione contribuisce a spiegare questo approccio. Prima della fotografia studia scienze dell’ambiente e cartografia territoriale, discipline che influenzano profondamente il suo modo di guardare il paesaggio e gli spazi costruiti. «Mixavo le mie competenze in cartografia sul territorio e sulla mappa con una ricerca fotografica legata agli ambienti e alla trasformazione di quegli ambienti».
L’ingresso nel mondo della fotografia avviene lavorando accanto a Santi Caleca, autore che ha contribuito a definire l’immaginario della fotografia di design italiana degli ultimi decenni. È in questo contesto che prende forma per Pagani una ricerca personale sulla luce e sulla composizione, destinata a diventare uno degli elementi distintivi del suo lavoro. Il suo metodo nasce più dall’intuizione che da una costruzione teorica. «Le cose le vedo, le sento e cerco di rappresentarle». Quando descrive il proprio lavoro parla molto di equilibrio, peso e tensione.
Il suo occhio cerca costantemente un bilanciamento che definisce quasi ossessivo: «Sono pesi e volumi. Se mi alzo o mi sposto leggermente, l’immagine funziona meno. Non riesco a spiegarlo matematicamente». Da sempre Pagani si muove tra ricerca autoriale e committenza commerciale, cercando di preservare un’atmosfera e una qualità percettiva anche all’interno delle esigenze tecniche delle aziende.
«La richiesta è avere immagini calde, morbide, con contrasti molto soft, dove rimanga una forma di realismo che non sia troppo artificiale». La fotografia di design non rappresenta soltanto un prodotto. Costruisce anche il modo in cui una società immagina e interpreta il proprio paesaggio domestico.
È in questo spazio che si confrontano due spinte diverse: la visione del fotografo e la strategia del brand. Quando prevale la dimensione commerciale emergono immagini orientate alla descrizione e alla vendita; quando domina la soggettività dell’autore prendono forma immaginari più personali e interpretativi. Pagani è un autore che cerca una mediazione tra queste due istanze, anziché rivendicare il proprio ego a tutti i costi. Eppure il suo percorso recente sembra suggerire qualcosa di ulteriore.
In un contesto in cui le immagini generate artificialmente tendono verso la perfezione, il valore della fotografia potrebbe risiedere proprio nella sua capacità di conservare ciò che sfugge al controllo: la sensazione, l’errore, la presenza fisica, l’ambiguità della luce, la complessità dello sguardo umano.
Non una contrapposizione tra fotografia e tecnologia, ma una ridefinizione del ruolo dell’autore. Là dove la macchina produce immagini sempre più efficienti, il fotografo continua a costruire interpretazioni. Il suo ruolo ora è restituire complessità all’esperienza dell’abitare.
Questo articolo è estratto da The Book 32. Sfoglia il magazine