Il nuovo libro di Thierry Grundman – con prefazione di Kengo Kuma – racconta la bellezza dell’imperfezione e del tempo che passa, attraverso spazi e atmosfere. Non uno stile,
ma un invito a vivere e progettare con autenticità e attenzione verso ciò che muta
“There is a crack, a crack in everything; that’s how the light gets in”. Questo verso di Leonard Cohen, dal brano Anthem, è perfetto per raccontare il cuore del wabi-sabi: la bellezza che affiora dalle crepe, dalle imperfezioni, dai segni del tempo.
Non a caso sono stati scelti da Thierry Grundman per il lancio, nel 2024, del suo Wabi-Sabi Lab, evento che ha visto l’antiquario francese, fondatore del brand Atmosphère d’Ailleurs, aprire le porte del suo showroom nel Domaine de Quincampoix, non lontano da Parigi, ad artisti, galleristi e designer che condividono la passione per la filosofia wabi-sabi.
È nelle crepe, nelle fessure, nelle superfici consumate, nei materiali vissuti, che si manifesta la quintessenza di oggetti e luoghi: questa l’idea di fondo di un approccio nato in Giappone, ma che mai come oggi, in un’era dominata da consumo compulsivo, iperproduzione, serialità, omologazione e crisi climatica, può offrirci un modello alternativo più sostenibile.
Le ragioni le espone lo stesso Grundman, in dialogo con la fotografa Anne-Emmanuelle Thion, in “Wabi-sabi Mood”, nuovo libro in uscita per Beta Plus Edition.
Attraverso testi e immagini, il volume esplora il wabi-sabi come postura interiore che può aiutarci a recuperare un rapporto più genuino e profondo con gli oggetti, gli spazi, il tempo. Altro che obsolescenza programmata: come scrive Kengo Kuma nella prefazione, il wabi-sabi affonda le sue radici nel VII secolo, quando il Giappone si ritrovò a passare da una fase di espansione globale a un rigoroso localismo.
Fu in quel clima che sorse il Santuario di Ise, mix di legno grezzo, paglia e forme semplici che si contrapponeva all’imponenza monumentale delle architetture cinesi e romane. Il tutto connesso a una concezione del tempo che prevedeva la demolizione e ricostruzione dello stesso santuario ogni venti anni: una celebrazione rituale della transitorietà e della rinascita.
All’epoca il wabi-sabi non era concettualizzato come tale, ma quel rifiuto della permanenza ne prefigurava lo spirito rivelando una visione ecologica ante litteram, incentrata su recupero, riciclo, rinnovamento. Visione poi ripresa – osserva Kuma – da Sen no Rikyū nel XVI secolo con una radicale semplificazione delle sale da tè secondo i principi del wabi-cha.
È il caso della Tai-an, solo due tatami: lo specchio di un abitare minimale, propenso al riuso e alla sobrietà. Su questo solco si innestano gli interni protagonisti del libro: spazi che, privilegiando i materiali naturali e il fatto a mano, e valorizzando i segni del tempo, incarnano e aggiornano l’anima del wabi-sabi: più che prodotti, offrono atmosfere; puntano al restauro anziché alla sostituzione; ascoltano invece di affermare.
Si va dalla galleria Hakujītsu di Tokyo, dove ciotole scheggiate e kakemono sbiaditi si accostano a opere contemporanee in equilibrio tra usura e cura, alla caffetteria Kabuki, dove tutto – dal legno opaco alle pareti di calce bianca e alla luce soffusa – plasma un’atmosfera intima.
Ma è forse con i progetti dello studio Earthscape in India che la componente architettonica del wabi-sabi si esprime al meglio, con case costruite da artigiani locali, in armonia con terra e roccia, modellate dal vento, che non si impongono, ma si adattano. Più che edifici, organismi porosi aperti alla metamorfosi, in cui ogni difetto è memoria e spiraglio di senso.
Vanno nella stessa direzione i lavori di Shinichiro Ogata, in cui il wabi-sabi è depurato da qualsivoglia interpretazione caricaturale e ripensato come possibilità contemporanea.
Spirito che si ritrova, declinato diversamente, nel minimalismo materico e contemplativo di Villa D, progetto di Studio KO a Marrakech, e in Sextantio, hotel diffuso abruzzese che sfugge all’estetizzazione pittoresca della rovina, lasciando affiorare il passato da tracce e cavità e ravvivando la tradizione nel presente.
Ciò che nel volume si suggerisce è che il wabi-sabi non è una formula da replicare, né uno stile da importare, ma una sensibilità da coltivare. Non esistono manuali per ambienti wabi-sabi: conta la disponibilità a cogliere il bello dove altri vedono scarto, ad abitare lo spazio e il tempo non in termini di conquista, ma di relazione. Tornando a Cohen, a lasciar entrare la luce attraverso le crepe: nelle nostre case, nei nostri luoghi, e ancor prima nei nostri pensieri.
Questo articolo è estratto da The Book 28. Sfoglia il magazine