L’Uzbekistan ha debuttato alla Design Week con una mostra che intrecciava artigianato e cambiamento climatico. Al centro, un oggetto quotidiano e rituale come il pane, che porta impresso il segno di una memoria condivisa
Alla Design Week 2026, l’Uzbekistan ha presentato per la prima volta una mostra nazionale, portando a Milano un racconto che intrecciava cultura, artigianato e urgenze ambientali. When Apricots Blossom, negli spazi di Palazzo Citterio, ha preso forma attorno alla memoria e alla trasformazione della regione del Mare d’Aral, uno dei territori più segnati dalla crisi climatica contemporanea.
In un momento in cui l’identità culturale è spesso semplificata o ridotta a slogan, la mostra ha proposto invece una visione diversa: i valori profondi di una cultura come qualcosa da condividere, più che da rivendicare.
Promossa dalla Uzbekistan Art and Culture Development Foundation e ideata dalla sua presidente Gayane Umerova, la mostra è stata curata dall’architetto Kulapat Yantrasast, founder di WHY Architecture. Il titolo riprendeva una poesia del 1937 dello scrittore uzbeko Hamid Olimjon e assumeva la fioritura dell’albicocco come metafora di resilienza: un’immagine e una chiave di lettura per interpretare il ruolo dell’artigianato come pratica viva, capace di adattarsi e rigenerarsi anche in condizioni estreme.
Non una celebrazione del passato, ma uno sguardo rivolto al futuro, in cui il sapere manuale si configura come strumento per immaginare nuove possibilità di esistenza.
Il percorso espositivo si è sviluppato attraverso tre bisogni fondamentali – nutrirsi, abitare, vestirsi – offrendo una lettura della cultura uzbeka che passa attraverso la quotidianità e la materia. All’ingresso, un’installazione tessile firmata da Bethan Laura Wood accoglieva i visitatori con una cascata di nappe ispirate alle decorazioni tradizionali delle iurte. Un dispositivo visivo e sensoriale che richiamava il movimento dell’acqua e introduce al tema della trasformazione.
All’interno, il cortile era spazio di sosta e condivisione grazie alla presenza delle kurpacha, materassi imbottiti tipici dell’Asia Centrale, invitando a un’esperienza diretta di ospitalità fatta di gesti, materiali e rituali.
La mostra intrecciava installazioni, oggetti e contenuti di ricerca legati ai progetti sviluppati dalla fondazione nella regione del Karakalpakstan, tra cui l’Aral School e l’Aral Culture Summit, piattaforme dedicate all’educazione ecologica e al dialogo internazionale. A questi si affiancava il film Where the Water Ends, realizzato dal regista Manuel Correa e dall’architetto Marina Otero Verzier, che segue le comunità locali nel tentativo di preservare memorie e rituali legati a un mare ormai scomparso.
Uno dei nuclei più significativi del progetto ha riguardato il pane, inteso come gesto quotidiano e forma di espressione culturale. In Uzbekistan, il pane non è soltanto alimento, ma presenza simbolica, legata all’ospitalità e alla dimensione domestica. Anche gli strumenti che lo accompagnano, come il chekich – lo stampo a punta che ne decora la superficie prima della cottura – assumono un valore che è insieme tecnico e rituale.
A partire da questi oggetti, dodici designer internazionali sono stati invitati a collaborare con artigiani uzbeki e caracalpachi per reinterpretare stampi e vassoi, utilizzando materiali come legno, ceramica, tessuti e fibre naturali. Ne è emersa una collezione eterogenea che trasformava strumenti d’uso in manufatti narrativi, capaci di restituire l’incontro tra culture e approcci progettuali differenti.
Un invito a rallentare lo sguardo e a ripensare il design come pratica capace di interpretare il cambiamento, accogliere la perdita e, al tempo stesso, generare nuove forme di resilienza.