Interviste
Aagnes Estudio

Il linguaggio dello studio messicano Aagnes si fonda su contrasti armoniosi, in bilico tra rispetto e ricerca, funzione e poesia, local e global. Per trasformarsi in un universo immobile dall’anima austera e sensuale

In un panorama come quello messicano, che gode di una rilevanza internazionale sempre più consolidata, Aagnes è uno studio di interior design emergente, parte di una generazione che si posiziona al confine tra radici locali e apertura internazionale. Attenzione al contesto, rivisitazione delle tradizioni costruttive del luogo, scelta consapevole dei materiali, palette naturale, uso calibrato della luce, sono una costante nei progetti di questo giovane team di Guadalajara. Composto da Omar Godínez, Miguel Ángel Nava e Marcela Rivera, lo studio si nutre di contaminazioni, affascinato dalla cultura giapponese, dal Mediterraneo e dalle atmosfere sospese dei designer nordici, a cui si ispira per tradurre gli spazi in esperienze sensoriali. “Senza mai dimenticare di rendere omaggio alle nostre radici messicane”, come ci racconta Omar Godinez in questa intervista.

Chi c’è dietro Aagnes?

Insieme a Miguel Ángel abbiamo fondato lo studio cinque anni fa, quando ci siamo conosciuti. Siamo entrambi designer industriali, siamo una coppia e quindi ci siamo detti: perché no? Lo studio è semplicemente un altro aspetto della nostra relazione. Tre anni fa si è aggiunta Marcela, che apporta una prospettiva più orientata alla gestione, concentrandosi sugli aspetti operativi, finanziari e logistici. Oggi siamo un team di nove persone ma non vogliamo crescere. Stiamo sfruttando la nostra posizione per poter scegliere clienti e progetti, non necessariamente la quantità.

Cosa vi caratterizza e vi differenzia da altri studi messicani?

L’interior design in Messico tende verso uno stile più audace, che cerca di mettersi in mostra, dove anche il volto dietro l’opera è importante. È la cultura del paese. Noi stiamo andando nella direzione opposta: lo studio non porta nessuno dei nostri nomi. Non aspiriamo a spazi pretenziosi con brand e materiali costosi. Ricerchiamo uno stile senza tempo con molte influenze internazionali, ma anche una forte identità nazionale espressa attraverso i materiali e i fornitori con cui lavoriamo.

Quindi alle origini di Aagnes c’è una motivazione molto personale. Nient’altro?

Le motivazioni sono diverse. Prima di tutto è ciò che sappiamo fare e lo facciamo bene. Amiamo portarci a casa dei pezzi provenienti da diverse parti del mondo e, in un certo senso, ispirare altre persone con ciò che ci appassiona, come materiali, tecniche artigianali e tessuti, integrandoli nei nostri progetti. Allo stesso tempo, ci piace l’idea che l’attenzione internazionale si stia spostando sul Messico che, sebbene sia una nazione complessa, ha molto da offrire dal punto di vista artistico. Ci piace pensare che con il nostro lavoro possiamo trascendere i confini nazionali per far conoscere al mondo un pezzo della nostra realtà. Per noi è molto importante poter spiegare al mondo che cos’è il Messico e che cos’è Guadalajara.

E cos’è Guadalajara?

È la seconda città più grande del paese. Una città con un tessuto culturale e artistico molto vivace. A partire dalla Scuola di architettura del XXº secolo, che è stata fondamentale per il Messico e ha prodotto una comunità di architetti, poi designer e ora artisti rinomati a livello internazionale. Città del Messico è, come molte metropoli, un luogo ​​dove la competizione è spietata. Qui tutto è più autentico, ci sentiamo parte di una comunità, si fanno progetti congiunti e collaboriamo con molti architetti che ammiriamo da anni.

A questo proposito, a chi vi ispirate?

Inevitabilmente al lavoro di Luis Barragán, forse il più importante architetto messicano, anche lui originario di Guadalajara. Dopo di lui è arrivata un’ondata di architetti locali: Sergio Ortiz, Juan Palomar, Luis Aldrete, Macía Esperedo. In generale la “linea” del regionalismo critico tapatío. Ma ammiriamo anche lo studio Habitación 116 di Città del Messico.

È curioso, i vostri riferimenti sono tutti locali, ma viaggiate molto…

Non si tratta solo di nomi. Tra i paesi che ci hanno profondamente segnato ci sono senz’altro il Giappone, il Belgio e l’Italia, soprattutto il sud. Luoghi come il Marocco e la Grecia, e in generale il Mediterraneo, con la sue tradizioni, i colori… ci sono delle similitudini con la nostra tradizione. Ma viaggiamo anche all’interno del nostro paese, cercando di comprenderlo meglio. Tutto ciò contribuisce a creare un universo Aagnes unico, che ci piace condividere con i clienti. Sentiamo nei loro confronti una sorta di responsabilità educativa.

Quali sono le richieste dei clienti e come presentate loro i progetti?

La maggior parte ci lascia totale libertà. Si tratta solitamente di case vacanza e di clienti con una cultura medio alta, spesso con una sensibilità artistica. Questo aiuta, semplifica i rapporti. Non realizziamo quasi mai rendering, preferiamo un approccio più schematico, con collage e fotomontaggi. Più che un’immagine iperrealista, ci interessa comunicare l’atmosfera che vogliamo creare. Una presentazione più astratta e meno letterale ci dà, inoltre, la possibilità di prendere decisioni diverse e di adattare il nostro approccio in corso d’opera.

Una parte consistente del vostro lavoro riguarda le residenze private..

Attualmente il 60 per cento lo è, mentre per il restante si tratta di progetti hospitality. Stiamo progettando due hotel e due ristoranti negli Stati Uniti e nei Caraibi e l’obiettivo è specializzarci in questo settore, con progetti più ambiziosi dal punto di vista creativo.

Perché puntate sull’ospitalità?

Ci affascina e ci appassiona la possibilità di raccontare la storia di una città o di una regione attraverso l’ospitalità. Sogniamo di possedere una piccola catena di hotel qui in Messico. Hotel che siano destinazioni in sé, dove l’attrazione principale sia la vista su un paesaggio spettacolare, la sua architettura o l’atmosfera che vi si respira.

Qualche indirizzo particolare da segnalare?

Il primo che ci viene in mente è a Maiorca, Es Racó d’Artà. Un altro in Belgio, l’August, progettato da Vincent van Duysen in una zona periferica di Anversa. Poi Punta Caliza, sull’isola messicana di Holbox. Sono hotel raffinati e radicati nel loro territorio, autentici ma senza folklore, introspettivi senza ostentazione.

Vi proiettate anche al di fuori del Messico?

Si, ma è ancora troppo presto. Al momento stiamo bene a Guadalajara. Ci piacerebbe vedere realizzato questo sogno in una fase più matura per lo studio.

Questo articolo è estratto da The Book 32. Sfoglia il magazine