MAESTRI
Alvaro Siza

Architettura della permanenza, senza clamore, costruita sul dialogo tra luogo, memoria e invenzione. Il lungo viaggio di Álvaro Siza tra modernità e memoria

«Gli architetti non inventano nulla, trasformano». In questa frase di Álvaro Siza è contenuta l’essenza della sua architettura: una forma che nasce dall’ascolto.

L’architetto portoghese è la figura di spicco della cosiddetta “Scuola di Porto”. Nato a Matosinhos – Porto – nel 1933, Àlvaro Siza Vieira è un architetto precoce e longevo. Avrebbe desiderato dedicarsi alla scultura, ma dopo una visita alla Sagrada Familia con la famiglia alla fine degli Anni 40, decide di studiare architettura. Firma le prime opere a 21 anni, ancora prima di laurearsi presso la Facoltà di Porto. Dopo aver completato gli studi, lavora con il maestro Fernando Távora fino al 1958, anno in cui fonda il proprio studio a Porto, città in cui continua a esercitare la professione. Da subito affianca all’attività professionale quella accademica, come docente di Costruzione presso la Scuola di Architettura di Porto (ESBAP), istituzione con la quale ha mantenuto un lungo legame.  

La sua città natale è lo scenario delle prime opere, tra cui spiccano due progetti che gli conferiscono grande notorietà: il ristorante Boa Nova (1958–1962) e la Piscina das Marés a Leça da Palmeira (1961–1966). È nel rapporto con il luogo che si riconosce una delle qualità più singolari della sua opera. Siza è profondamente legato al paesaggio del nord del Portogallo, ma il suo rapporto con la cultura locale non è mai nostalgico. La sua architettura nasce dall’incontro fra modernità e concretezza del luogo.

La giuria del Premio Pritzker, conferitogli nel 1992, ha sottolineato proprio questo equilibrio: il rispetto per la tradizione costruttiva e la cultura del luogo e, allo stesso tempo, una costante tensione verso la contemporaneità danno vita ad architetture discrete, silenziose: «L’architettura», dice Siza, «non dovrebbe mai essere una trasformazione arrogante del paesaggio o dello spazio. Da tempo desidero che gli edifici che progetto sembrino essere sempre stati lì. Voglio che siano necessari, mai forzati».

Altri esempi della sua straordinaria vitalità progettuale includono la Scuola di Architettura a Porto (1987–1994), la Biblioteca Universitaria di Aveiro (1988–1994), il Centro Galiziano per l’Arte Contemporanea (Santiago de Compostela, 1988–1993), il Museo della Fondazione Iberê Camargo (Porto Alegre, Brasile, 1988–2008), il Padiglione del Portogallo all’Expo ‘98 (1995–1997), la Cantina Adega Mayor (2003–2006), il Mimesis Museum (Paju Book City, Corea del Sud, 2006–2010), la Torre Residenziale al 611 West 56th Street (New York, USA, 2022), fino al recentissimo Complesso Residenziale a Gallarate (Italia, 2026). Tra i lavori che hanno determinato il successo del maestro portoghese anche il progetto di risistemazione urbana dell’area del Chiado a Lisbona, distrutta da un incendio nel 1988.

La sua opera è vasta, variegata e sfugge a qualsiasi classificazione. Se è vero che si distingue per l’armonia con il contesto e per uno stile che fonde elementi del razionalismo e dell’organicismo, Siza però afferma: «Non parto mai da un’idea preconcetta quando affronto un progetto». In una costante ricerca di soluzioni “ad hoc” si ritrovano dei temi ricorrenti: la disposizione di volumi e livelli intersecati; l’uso della luce; la cura di superfici e materiali; l’astrazione della forma; i volumi ottenuti per sottrazione di materia e tagli; il predominio del bianco e la condizione poetica dello spazio.

La semplicità che contraddistingue molti dei suoi edifici è, in realtà, solo apparente: «Ogni progetto – afferma –  è un tentativo rigoroso di catturare un momento concreto di un’immagine transitoria, in tutte le sue sfumature. Nella misura in cui questa qualità transitoria viene catturata, essa si riflette nei progetti: quanto più sono precisi, tanto più sono vulnerabili». La forma non è dunque un’immagine autonoma, ma sempre il risultato di una relazione.

La giuria del Pritzker definì la sua architettura «una gioia per i sensi capace di elevare lo spirito». Un’architettura insieme sensibile e razionale, moderna e radicata nel contesto, che è poesia ed esperienza fisica: «Mi piace che ogni edificio sia una casa tranquilla – ha dichiarato Siza –  il modo in cui i cortili e le stanze dell’Alhambra passano dalla luce intensa del sole all’ombra, dal caldo al fresco, da una percezione ampia a una più intima. Mi piace immaginare i miei edifici prima di definirli nei dettagli. L’architettura richiede pazienza. Come si entra in un edificio? Come tocca terra?».