Interviste
Angela Ardisson

Nel suo studio a Milano, Angela Ardisson trasforma metalli, vetro e luce in progetti che sono esperienze sensoriali e poetiche. Con una missione: far emergere la memoria dei materiali, catturarne le metamorfosi e restituirle in un design tattile ed emotivo

“Io e la materia siamo in comunicazione costante”. Quando Angela Ardisson parla del suo lavoro si accende: cita i metalli al centro della sua produzione – ottone, ferro, bronzo, rame -, ma anche il vetro e le infinite possibilità che la luce offre.

Nel suo studio milanese Artplayfactory, l’art designer – come ama definirsi – conserva campioni e materiali in un archivio di cassetti, box e armadi d’epoca, che custodiscono le tracce delle sue sperimentazioni. Il nome dell’atelier riflette il suo approccio: giocare con la materia, manipolarla, cristallizzarne i mutamenti. Da qui nasce un design sospeso tra artigianato e progetto contemporaneo: lampade, arredi, interni.

Le radici di tutto affondano in un’infanzia a contatto con la natura: “In estate i miei genitori mi portavano in barca, in aree della costa tirrenica inaccessibili a piedi. Impossibile per me non rimanere ogni volta affascinata da sassi, legni, conchiglie. Sarà per questo che ho realizzato i miei primi lavori, a fine Anni 80, con legno di mare, juta, sabbia e pietre”. La curiosità l’ha poi spinta verso i metalli. “Perché oltre alla texture hanno una voce: quando li lavori, suonano, parlano”.

Quando hai iniziato a occupartene? 

In modo sistematico nel ’94. Vengo dalla grafica, nel design sono autodidatta. Il mio regno è una stanza dello studio dedicata alle ossidazioni organiche. È bianca, e la voglio pulita e asettica come una sala operatoria: quando si sporca, la ridipingo. Solo il pavimento in cemento trattiene in sé anni di sperimentazione: è ormai un mélange di colori che parla dei metalli e delle loro trasformazioni naturali. In questo luogo di lavoro intriso di poesia, la materia diventa narrazione.

Come si svolge il tuo dialogo con la materia?

Io e la materia agiamo su canali diversi, ma in relazione costante. I miei pavimenti, per esempio, li considero come opere murali, frutto dei mutamenti che i metalli subiscono a contatto tra loro, con la luce, e a seconda di parametri quali umidità e temperatura. Sono pavimenti modulari customizzati, creati in laboratorio in un’unica sessione e rimontati in loco. Un lungo processo di lavoro, esclusivamente su richiesta, che coinvolge anche molti artigiani. Durante le fasi di ossidazione sono prima una spettatrice silente, poi un’alchimista che decide quando fermare la metamorfosi. Come si fa in fotografia, fisso l’attimo che meglio racconta ciò che voglio esprimere.

In questo senso i tuoi lavori portano dentro di sé una memoria…

Esatto, la memoria è essenziale. Anche in altri tipi di mie creazioni come la serie di tavoli, sedie e librerie Earthlands: macro-sculture uniche e insieme funzionali, nate da mix di metalli.

La tua ricerca sulla luce è nota: cosa rappresenta per te questo elemento?

La luce è materia capace di trasformare ogni cosa. In una stanza vuota basta aprire una finestra perché lo spazio cambi radicalmente. Ricordo ancora quando da piccola, sempre al mare, andavo a cambiarmi nella cabina di mia nonna ai bagni di Tirrenia, e la luce che filtrava dalle fessure della porta-persiana mi sembrava una magia. Fuori si sentivano le voci dei bagnanti, dentro avvertivo intimità e protezione. In fondo viviamo in empatia con la luce, no?

Nel design come traduci questo legame?

Posso ispirarmi alla materia, dunque scorgerne le forme nascoste, possibilità non ancora visibili da cui traggo oggetti nuovi. O partire da un’emozione che mi preme evocare e cercare il materiale più idoneo per riuscirci. Poi ci sono le forme, negli anni ho usato spesso il cerchio: un tratto continuo che si chiude su se stesso, semplice e dal carattere ludico.

Qual è la storia della lampada Lais che hai disegnato per Baxter?

Lì la sfida era progettare un oggetto grande, ma leggero, capace di coprire tavoli da otto a dodici persone senza essere invasivo. L’ho affrontata lavorando sullo svuotamento dell’intera forma, pensando a volumi cavi che si potessero abbracciare l’un l’altro mantenendo una continuità visiva. Alla base, il concetto di sequenza: del vuoto e del pieno costituito di sola luce, del contrasto tra interno riflettente ed esterno quale memoria di segni. Ne è uscito un prodotto minimale. Il minimalismo è interessante, perché vi puoi inserire una quantità enorme di significati. Come nelle opere di Fontana: tagli sulla tela che racchiudono infiniti orizzonti di senso.

Ti muovi in bilico tra artigianato e design industriale: chi sono i tuoi maestri?

Achille Castiglioni, Gaudí – nelle sue case senti la sua presenza in ogni dettaglio –, compositori come Satie e Mozart. Ma anche Bill Evans, Miles Davis, la band Cat Empire. Tutti nomi non incasellabili e trasversali rispetto al loro tempo. Come vorrei fossero i miei lavori.

Che rapporto hai con la tecnologia?

La uso ogni giorno, pur prediligendo il manufatto. Collaboro con laboratori che utilizzano laser e stampa 3D. Credo che il valore stia nell’incontro tra tradizione e innovazione. E ho sempre il calibro in tasca: mi serve per entrare nei micro-dettagli e semplificare il lavoro di fornitori e macchine, ai quali fornisco i file in dwg. Mi piace pensare che i miei lavori possano essere montati in autonomia dall’utente finale: è la prova che il design può offrire a chiunque uno spazio di creatività.

Questo articolo è estratto da The Book 29. Sfoglia il magazine